L’urbanistica

L’urbanistica

Vista dall’alto la città si presenta come un abitato di forma ellittica che si estende su di un pianoro lavico di sessantasei ettari, posto a trenta metri sul livello del mare. Si distingue un centro antico intorno all’area del foro, attorno al quale si raccorda una più recente urbanizzazione con strade regolari intersecantesi ad angolo retto: quelle con andamento est-ovest erano dette decumani, mentre quelle più strette, con andamento nord-sud, erano dette cardines.

Pompei dista oggi circa un chilometro dal mare, eppure la città antica fu dotata di un porto, come ci testimoniano gli scrittori antichi, alcuni dipinti pompeiani ed il rinvenimento di attrezzi da marineria. Se l’antico porto di Pompei oggi non è più visibile è perché con l’eruzione del 79 d.C. la linea di costa avanzò lungo quasi tutto il golfo.

Pompei era cinta da una fortificazione lunga circa tre chilometri con dodici torri e sette porte. La prima fortificazione venne realizzata intorno alla metà del VI secolo a.C. L’ultimo intervento alle mura risale invece alla Guerra Sociale contro i Romani, con l’inserimento di robuste torri di guardia. La grande cura posta dai Pompeiani nelle opere di rinforzo non permise di resistere comunque all’assedio dei Romani nell’ 89 a.C., come dimostrano i segni dei proiettili lanciati dalle catapulte degli assedianti nel tratto tra Porta Vesuvio e Porta Ercolano.

Anche le strade di Pompei hanno tanto da raccontarci. Dal momento che la città fu costruita su di un pianoro, le strade durante le piogge abbondanti dovevano trasformarsi in vere e proprie fiumare, per cui erano affiancate da alti marciapiedi per evitare che i pedoni si bagnassero. L’attraversamento avveniva su “strisce pedonali” costituite da grossi blocchi di basalto, che consentivano contemporaneamente anche il comodo passaggio di due carri.
Nel I secolo d.C. Pompei era un’agiata cittadina di provincia con almeno ventimila abitanti, mentre Roma a quel tempo raggiungeva già il milione. Il Foro era il centro della vita religiosa, politica ed economica della città. La società pompeiana era composta da vecchie famiglie del patriziato sannitico, dai discendenti dei primi coloni sillani e da mercanti e liberti di provenienza campana, greca ed asiatica.

Il patriziato sannitico, orientato verso la cultura greca, produsse architetture come la Casa del Fauno ed opere come il Mosaico di Alessandro. Alla vecchia aristocrazia subentrò gradatamente la classe mercantile romana, il cui benessere appare espresso da complessi quali la Casa dei Vettii, la Casa degli Amorini Dorati e la Casa del Menandro. Quelli ancor più raffinati preferivano vivere nelle ville suburbane, come la Villa Imperiale, la Villa di Diomede e la Villa dei Misteri.

Molto peso nella composizione di questa società ebbero gli schiavi che costituivano il quaranta per cento della popolazione, quindi quasi la metà.
Una delle testimonianze più vive dell’antica popolazione restano i “graffiti”, disegni o sentenze scritte sui muri con l’ausilio di un punteruolo. Pare che ognuno abbia avuto qualcosa da raccontare: i bambini disegnavano le lotte fra i gladiatori e le battaglie navali, così come i nostri ragazzi dipingono calciatori ed aeroplani; i gladiatori nella palestra vantavano quanti maschi avevano già vinto nell’arena e quante donne nell’alcova; gli ubriaconi nelle taverne annotavano i soldi che si erano già “bevuti”; i magazzinieri segnavano i carichi e gli scarichi delle merci. C’era di tutto: chi gioiva e chi doveva lagnarsi. Poi arrivava il benpensante di turno che aggiungeva frasi come questa: “Ti ammiro parete per non essere ancora caduta sotto il peso di tante stupidaggini”. Il muro fu il grande confidente di quanti dormivano per strada, come quel vendi­tore ambulante che, solo e deluso della vita, volle raccontare ad una parete di Pompei le sue pene: “Hai fatto l’oste, il ceramista, salumiere e il panettiere; sei stato agricol­tore, poi hai fatto il trafficante; sei stato venditore ambulante ed ora fai il bot­tigliaio. Non ti resterà che dedicarti alla prostituzione ed avrai fatto tutti i mestie­ri”.

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