Le Opere

Le Opere

Bartolo Longo nella desolata valle di Pompei, si rimbocca le maniche e decide di favorire tra gli abitanti la diffusione di oggettini che simboleggiano la devozione mariana. In una terra dove mancano momenti di aggregazione e dove sopravvivono le forti tradizioni della cultura rurale, la festa è un momento di grande importanza per la comunità: così Bartolo organizza delle feste intitolate al Rosario, durante le quali si svolgono lotterie con in palio immagini sacre, coroncine, statuette della Vergine. La prima festa si tiene nel 1873, ed è eseguita da altre due edizioni.

Grazie anche a queste iniziative l’avvocato diviene una specie di eroe per la povera gente della valle. Sostenuto dal consenso popolare, Bartolo provvede anzitutto ai lavori per dare alla vecchia chiesetta di Pompei un aspetto più igienico e dignitoso; nello stesso tempo fonda la “Confraternita del Rosario”. Ben presto, però, essa estende la sua azione promuovendo l’assistenza agli ammalati e l’offerta di una dote alle ragazze più povere in procinto di sposarsi.

Il 1875 è un anno di svolta. Bartolo pensa di costruire un altare in onore della Madonna e parla di questo progetto al vescovo di Nola, Giuseppe Formisano, il quale suggerisce a Bartolo di erigere piuttosto una chiesa.
Occorreva, dunque, un’immagine della Madonna del Rosario da porre alla venerazione dei fedeli. Per cercarla egli si reca a Napoli. Durante questa ricerca, incontra il suo confessore, padre Radente che lo indirizza al Convento del Rosariello a Porta Medina, dove suor Maria Concetta De Litala custodiva un quadro che egli stesso le aveva affidato. Longo va, quindi, al convento e la suora gli consegna di buon grado il quadro; ma, una volta visto il Quadro, l’avvocato ne ha un’impressione molto spiacevole: la tela era vecchia e logora, i lineamenti ruvidi e grezzi, inoltre, mancava qua e là brani di colore e c’erano screpolature e buchi. Per l’insistenza della suora prende con sé il Quadro e per trasportarlo a Pompei lo affida al carrettiere Angelo Tortora che, avvolto in un lenzuolo, lo appoggia su di un carro di letame. Era il 13 novembre 1875, data di nascita della Nuova Pompei.
Il Quadro, però, aveva bisogno di un restauro immediato. Ne fu incaricato il paesaggista Guglielmo Galella.
A questo punto l’Avvocato si lancia a capofitto nella ricerca di fondi per la costruzione della nuova chiesa.
Cominciano così gli anni dell’elemosina, della continua ricerca di fondi, del giro incessante per case, parrocchie, istituti religiosi, strade e piazze. Obiettivo: raccogliere offerte, convincere i benestanti a impegnarsi per donare all’erigenda chiesa pompeiana. Bartolo non lesina energie, la contessa De Fusco fa altrettanto; e la Provvidenza non resta a guardare, ma offre all’avvocato e ai suoi amici chiari segni di sostegno, dai quali derivano anche tangibili doni in oro, gioielli e denaro. Il 13 febbraio 1876, giorno in cui, dopo il restauro, il quadro viene esposto alla venerazione dei fedeli, si verifica la prima delle migliaia di guarigioni miracolose.

Superata una serie di problemi per l’acquisto del suolo, l’8 maggio 1876 si tiene la cerimonia di posa della prima pietra, presieduta dal vescovo Formisano.
Negli anni successivi, Bartolo Longo aumenta il suo impegno nella raccolta di offerte per la costruzione del Santuario. Alla fine il suo fisico, debole fin dalla nascita, non regge più: nell’estate del 1879 il fondatore del Santuario si ammala di febbre tifoidea.
Indebolito dai mesi di malattia, consapevole di essere giunto al capolinea della sua esistenza terrena, Bartolo si pone un’ultima meta da raggiungere, decidendo di scrivere una novena alla Vergine del Rosario per implorare le grazie nei casi più disparati.
Nel 1880 viene abbattuta la cadente parrocchia di Valle, situata proprio davanti al nascente Santuario. Nel 1896, Bartolo Longo, a sue spese, fece ricostruire la parrocchia, alle spalle del Santuario, dedicata al SS. Salvatore, consacrata il 29 maggio del 1898 ed esistente tuttora.
La costruzione della chiesa e i relativi affanni non distolgono, intanto, “don” Bartolo dai suoi progetti: aiutare le famiglie indigenti di Pompei e creare un giornale cattolico ad ampia diffusione. Nasce così “Il Rosario e la Nuova Pompei”. Questa la testata scelta da Longo per il suo giornale, che vede la luce il 7 marzo 1884.

Sull’onda di questo successo nasce un’altra importante realizzazione. A proporla a Bartolo Longo è il suo antico maestro e amico, il francescano Ludovico da Casoria. Padre Ludovico, sapendo che Bartolo fa stampare fior di libri e giornali, gli suggerisce di aprire a Pompei una tipografia, con la quale dare lavoro e formazione artigianale ai giovani disoccupati del posto. Detto fatto: Bartolo compra una macchina per stampare nuova di zecca, la tipografia viene aperta e in pochi anni diviene una delle strutture più moderne e meglio attrezzate nel suo campo. A giovarsene è la diffusione degli scritti di Bartolo Longo e del Santuario, ma soprattutto sono i ragazzi di Pompei che lì imparano l’arte tipografica e trovano un’occupazione ben retribuita. In quegli stessi anni, sul versante delle opere sociali, Bartolo apre una scuola serale per insegnare varie attività artigianali, e poco dopo anche un asilo dove accogliere i piccoli figli dei contadini.
Il sogno di Bartolo Longo sta per concretizzarsi. Nel 1883 i lavori di edificazione vengono conclusi e l’8 maggio 1887 Pompei esulta: alla festa religiosa si unisce quella per l’inaugurazione della “nuova città”, sorta quasi come per prodigio intorno al nuovo Santuario. Chi conosceva il volto precedente della valle di Pompei resta sbigottito, e parla apertamente di miracolo: la chiesa è circondata da abitazioni, fabbrichette, cantieri, opere sociali, negozi. Una vera, nuova città sviluppatasi grazie alle iniziative di Bartolo Longo, che portano in questo angolo della provincia partenopea decine di migliaia di persone ogni mese.
Il Santuario è divenuto realtà: ma le aspirazioni di Bartolo Longo non si placano, così com’è inesauribile la febbre che lo spinge a progettare e realizzare sempre nuove opere. Il 6 novembre 1886 si inaugurano a Pompei due asili, perfettamente rifiniti e dotati di tutto il necessario: accolgono ed educano i bambini prima costretti a vagare per le campagne, offrendo così un altro tassello all’opera sociale che Bartolo si è ripromesso di svolgere nella valle. Successivamente apre i battenti un piccolo ospedale, e “don” Bartolo riesce anche ad accelerare i tempi affinché Pompei abbia la sua stazione ferroviaria e il suo ufficio postale: nel primo caso offre i terreni necessari, nel secondo fa costruire a sue spese il locale. Nel 1887 fa costruire le case per gli operai che attendono alla costruzione del Santuario.
Grazie ai suoi contatti con due grandi sacerdoti e insigni studiosi dell’epoca, padre Denza e padre Alno, nascono anche due centri scientifici destinati a un notevole sviluppo nel secolo successivo: un osservatorio meteorologico e uno geodinamico.
Altro esempio di questa concezione dell’impegno sociale come ovvia proiezione della fede è l’orfanotrofio femminile. Nasce gradualmente, grazie all’opera della contessa De Fusco, e quando cresce di dimensioni Bartolo pensa alla creazione di un nuovo ordine religioso femminile, che abbia il compito di occuparsi delle orfanelle, ma anche del Santuario e delle altre iniziative di carità. Vede così la luce, sulla base delle regole scritte dallo stesso Longo, la Congregazione delle Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei.
Ma il frutto forse più importante dell’opera sociale di Bartolo è l’istituto di accoglienza per i figli dei detenuti. Nasce nel 1891, come logica conseguenza di una fitta serie di contatti del fondatore del santuario con la realtà carceraria.

 


 

L’Orfanotrofio femminile inaugurato l’8 maggio 1887

 

 


 

 

L’istituto Bartolo Longo

 

 


 

Da anni Bartolo pensava alla creazione di un orfanotrofio maschile: il 29 maggio 1892 viene collocata la prima pietra dell’opera, i cui allievi, sei anni dopo, saranno più di cento. Nel 1894, convinto dell’importanza della musica nel percorso di crescita dei fanciulli, fonda, all’interno dell’Istituto, la B,da Musicale, che ancora oggi porta il suo nome ed è formata esclusivamente da giovani. Attualmente, conta circa ottanta elementi, tra ragazzi e ragazze dai dodici ai diciotto anni.

Nel 1893 Bartolo e la contessa offrono a Leone XIII il dono del santuario e di tutte le sue proprietà. Il Papa accetta l’anno successivo, ponendo le opere pompeiane sotto la giurisdizione della Santa Sede e nominando Raffaele Monaco La Valletta “Cardinale protettore” del santuario.

Negli anni successivi, una complessa serie di vicende fa sì che Bartolo si spogli di ogni proprio avere trasferendo anche l’amministrazione del Santuario prima, e delle opere poi, alla Santa Sede. Il 20 febbraio 1906, sotto papa Pio X, viene istituita a Pompei la Delegazione pontificia che si occuperà delle opere e del Santuario. Dopo la donazione, Bartolo aspira a un po’ di riposo, ma il Papa gli chiede di lavorare ancora a Pompei. È ancora lui, l’entusiasta trascinatore della carità, a promuovere la raccolta di offerte che consente nel 1912 la posa della prima pietra del maestoso campanile del Santuario, inaugurato tredici anni dopo nel giubileo delle opere pompeiane. E c’è soprattutto un altro “voto del cuore” al quale Bartolo vuole dedicarsi: la creazione di un istituto per accogliere le figlie dei carcerati. L’ultima, grande iniziativa del futuro Beato parte nel 1921.

Il fondatore di Pompei rende l’anima a Dio il 5 ottobre 1926, all’età di 85 anni. Due giorni dopo un numero incalcolabile di persone partecipa alle esequie, mentre le sue spoglie mortali vengono deposte nella cappella del Sacro Cuore all’interno del santuario. Per piangere non c’è tempo. Dopo pochi giorni dalla sua morte, viene inaugurato il nuovo “Ospizio Femminile per le figlie dei carcerati” dietro il campanile del Santuario. È la risposta della fede, è la dimostrazione della fecondità della morte, l’investimento dei talenti del Vangelo, la vita prodotta dal chicco di frumento. È la notizia più bella del dinamismo di Bartolo Longo.

 

 

A CURA DI MARIANO DEL PRIETE, ALBERTO BOBBIO E LORETA SOMMA

 

 

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