La vita

La vita

Il 10 febbraio 1841, nasce a Latiano, piccolo centro della provincia brindisina, Bartolo.
I Longo sono una famiglia ricca e rispettata a Latiano. Il padre: il medico, apprezzato professionista, è divenuto una sorta di autorità morale, interpellato per dirimere ogni sorta di controversia; la madre, Antonia, figlia di un noto magistrato, viene definita “donna mite e dolcissima”. In questa serena cornice familiare il piccolo Bartolo porta una ventata di gioia e di allegria, accompagnata da tanta irruenza.

Ma l’infanzia del futuro Beato è contrassegnato anche da una profonda educazione religiosa: ai precetti insegnati si unisce la carità vissuta, grazie alle continue visite nelle zone più povere che il piccolo Bartolo compie insieme alla madre, che dedica molto del suo tempo libero all’assistenza degli indigenti. A sei anni, il bambino viene affidato al collegio degli Scolopi di Francavilla Fontana. Contrariamente a tanti suoi coetanei, Bartolo vive questo periodo con grande serenità. Il piccolo eccelle negli studi, e si trova perfettamente a suo agio nell’ambiente dell’istituto religioso; qui ha modo di maturare una fede che gli stessi maestri trovano stupefacente, considerata l’età dell’allievo. Nel 1858, a 17 anni, consegue il diploma.

Dopo la proclamazione dello Stato unitario italiano, Bartolo e il fratello Alceste si trasferiscono a Napoli: il primo per gli studi di legge, il secondo per iscriversi alla facoltà di Medicina.
Nell’ex capitale delle Due Sicilie, il futuro Beato incontra una società piena di fermenti culturali. Sradicato dal suo ambiente familiare, trascinato dai compagni ma anche dalla sua innata voglia di sapere e di studio, vive un periodo di profondo turbamento interiore. Lezioni e libri lo allontanano ogni giorno di più dalla religione, dalla preghiera, dai sacramenti.

Ma tutto questo furore anticristiano lascia un profondo vuoto nell’esistenza quotidiana del giovane studente Bartolo. Si è fatto affascinare dalle teorie contro la Chiesa, ma in cuor suo rifiuta il ragionamento filosofico che giunge a negare l’esistenza di Dio. Un libro, in particolare, diviene il simbolo della sua crisi: la Vita di Cristo di Renan, un volume che si proponeva di negare l’essenza divina di Gesù. Bartolo lo legge e ne resta profondamente turbato. Egli non vuole rifiutare l’esistenza di una realtà trascendente. E proprio in questa fase si lascia condurre a una seduta spiritica, nella quale pone alle “entità” che si manifestano domande sull’esistenza di Dio e sulla religione.

Per il giovane quelle sedute diventano una droga, di cui non riesce più a farne a meno. Tutto ciò gli causa una straordinaria tensione nervosa e un indebolimento fisico. Solo un miracolo della Madonna può salvarlo.

Quel miracolo, per Bartolo Longo, avviene attraverso l’incontro con un vecchio amico e concittadino, il professor Vincenzo Pepe. L’anziano professore non crede ai suoi occhi: Bartolo è smunto, emaciato, mostra sul viso un pallore mortale. Bastano poche parole, e Pepe si rende conto della causa del malessere del giovane. Tra i due si sviluppa un dialogo animato, e, sarà per la fiducia che nutre in Pepe, sarà per la forza delle sue ragioni, il giovane riparte per Napoli, promettendo all’anziano docente di voler tentare una confessione. L’indecisione però prevale ancora, finché una notte Bartolo rivede con gli occhi della mente la casa paterna, i genitori, la loro amorevole educazione ai principi della vita cristiana. Gli pare persino di scorgere la madre aggirarsi nella stanza, implorandolo di tornare alla fede. È quanto serve per superare ogni dubbio e per recarsi dal padre domenicano Alberto Radente, raccomandato da Pepe.

Quello con il religioso è il primo di una serie di incontri con veri e propri giganti della fede, che contribuiranno a forgiare la sua personalità e a guidarlo verso la missione che lo attende. I mesi successivi vedono Bartolo pervaso da un autentico, sacro impeto religioso nel tentativo di cancellare il periodo di “caduta”. Ritorna dagli ex compagni spiritisti, ascolta anche due o tre messe di seguito, restando inginocchiato sul pavimento per ore; si affida a padre Radente, ormai sua guida spirituale. Moltiplica i gesti di carità, rinunciando alla vita agiata per aiutare chi ha bisogno.

A Napoli, Bartolo vive all’insegna dell’umiltà e della povertà evangelica: non si vergogna di chiedere l’elemosina per i poveri; dedica varie ore della sua giornata all’assistenza dei ricoverati nell’ospedale “Incurabili”; collabora con padre Ludovico da Casoria nelle sue opere di carità e di missione.

Altra tappa importante di questo periodo è l’ingresso nel Terz’Ordine domenicano, il 7 ottobre 1871, con il nome – profetico – di “fra Rosario”. E proprio il rosario è il tramite della serie di eventi che conducono Bartolo a Pompei, terra mai prima da lui visitata. Ogni sera, infatti, il giovane avvocato guida la recita della preghiera mariana nella cappella di Caterina Volpicelli. Vedendolo mancare per più giorni, la nobildonna si impensierisce e lo manda a cercare. Il messo trova Bartolo solo, febbricitante e digiuno, per l’impossibilità di procurarsi il cibo vista l’assenza di ristoranti nel suo quartiere. Per assicurare al suo amico vitto e assistenza Caterina Volpicelli lo presenta a una pia vedova, la contessa Marianna De Fusco, che lo accoglie come pensionante nella casa dove vive con i suoi cinque figli.

Dopo qualche tempo, quasi senza volerlo, Bartolo si trova a collaborare con la contessa. In seguito alla morte del marito, la nobildonna deve occuparsi di alcune proprietà, presso l’antica città di Pompei. L’avvocato Longo si offre di recarsi sul posto per curare i suoi interessi: e così il 2 ottobre 1872, a un anno dal suo ingresso nel Terz’Ordine domenicano, il trentunenne Bartolo scende alla stazione ferroviaria di Pompei Scavi, dove lo attendono due coloni armati di tutto punto.
Resta a valle di Pompei alcuni giorni e qui, in preda all’angoscia per la pena di peccati commessi, sente la sua chiamata: pregare il Rosario.

 

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