Le Origini

TRA STORIA E LEGGENDA

La terribile eruzione del 79 d.C. si potrebbe definire provvidenziale proprio perché il Vulcano, tutto seppellendo col prodotto emesso dalle sue fauci, ha consentito di leggere, conoscere ed ammirare un lungo periodo di storia antica unico ed irripetibile.
La città di Pompei fu costruita sulla colata lavica preistorica, poco più a monte del fiume Sarno, ad una quota media di circa 30 metri sul livello del mare.
Una strada, partendo da Napoli, toccava Ercolano ed Oplonti, raggiungeva Pompei, quindi si biforcava e proseguiva per Stabia e Nocera.
Tutta la regione circostante la città è una delle più fertili del mondo, caratteristica questa dovuta sia al clima mite temperato, sia all’humus costituito prevalentemente da cenere vesuviana.



La collina lavica di Pompei

Una leggenda racconta che Ercole, di ritorno dalla Spagna, dopo aver sconfitto il mostro Gerione, avrebbe fondato la città di Pompei, la quale avrebbe tratto il nome proprio dalla sfilata trionfale, cioè dalla pompa guidata da Ercole, composta dai buoi confiscati al mostro dalle tre teste. Qualche altro studioso sostiene che il toponimo Pompei derivi dal sannitico Pompe che starebbe a significare riunione di cinque villaggi.
Gli Osci, popolazione mediterranea, vengono riconosciuti dalla storia come i primi colonizzatori ed abitatori della Regione (VIII-VII secolo a.C.). E’ storicamente provato che questi popoli primitivi abbiano risentito della influenza della civiltà etrusca e greca, sicuramente in condizioni sociali e culturali più evolute.


L’EGEMONIA GRECA, ETRUSCA E SANNITICA

Nei secoli VI e V a.C. Pompei, soggiacque all’egemonia dei greci. Poco più tardi gli etruschi, che già dominavano l’entroterra campano, senza difficoltà, si spinsero fino alla costa e, passando per Pompei, esercitarono anche su questa città il loro predominio.
L’egemonia etrusca durò per un breve periodo perché i greci, con l’aiuto dei siracusani, si impossessarono del territorio; ma per breve tempo, perché i sanniti, popolo rozzo e bellicoso, provenienti dai vicini monti dell’Irpinia, invasero tutta la Campania e dominarono incontrastati Pompei per circa tre secoli.
Di questo periodo, purtroppo, non restano che scarsi frammenti di monumenti e notizie storiche. E’ certo comunque che sotto quella dominazione le condizioni economiche di Pompei furono floride; in quell’epoca il commercio fluviale attraverso il Sarno raggiunse il massimo della sua importanza sia per le merci importate, sia per quelle esportate. Il Fiume, agevolmente navigabile, costituì il più facile e comodo mezzo di comunicazione sia per recapitare le merci sbarcate nel porto di Pompei, sia per attingere prodotti dai paesi dell’entroterra per essere esportati.
Durante le guerre Puniche Pompei non partecipò per i sanniti, ma rimase fedele a Roma; anzi, la conclusione della seconda guerra Punica (218-201 a.C.) a favore dell’Urbe, agevolò lo sviluppo economico e sociale della cittadina.


 

 

Il fiume Sarno e i suoi canali (1880 ca.)

Alleggeritosi il giogo egemonico sannitico, migliorarono le condizioni socio-economiche, per cui la città poté godere di un periodo di prosperità che si evidenziò anche nell’espressione artistica. La città, infatti fu, appunto in quel periodo, concepita e strutturalmente realizzata.

 

 

 


L’EGEMONIA ROMANA

Lo scoppio della Guerra Sociale nel 90 a.C. vide Pompei alleata alle altre città della Campania contro Roma. Nell’anno successivo, la città, assediata, ben presto si arrese; ebbe così la cittadinanza romana e fu organizzata come Municipio.


Il Teatro Grande

 

 


Qualche decennio dopo, Silla inviò a Pompei un gruppo di suoi veterani capeggiati da suo nipote Publio Silla con l’incarico di fondare una colonia che venne denominata Colonia Veneria Cornelia Pompeianorum.

Con l’avvento di Augusto, nel 27 a.C., iniziò per Pompei un progressivo periodo di romanizzazione. La lingua latina diventò ufficiale, in sostituzione di quella osca più antica e preponderante.

Il Teatro Grande fu notevolmente ampliato; una nuova Basilica fu costruita a cura di Eumachia, patrona dei Fulloni. Proprio per interessamento di Augusto, fu realizzata la canalizzazione delle sorgenti del Serino per fornire l’acqua ai più grossi e importanti centri della Campania. Un ramo della conduttura si spiccava da Palma Campania e raggiungeva Pompei dal lato nord; la città che dalla nascita aveva sofferto per la mancanza d’acqua, finalmente, ne aveva di salubre e sufficiente sia per il fabbisogno quotidiano, sia per alimentare le fontane che zampillavano negli orti e nei giardini dei pompeiani.
E’ interessante ancora rilevare che i vecchi proprietari, anche se dovettero cedere ai nuovi coloni parte dei loro beni, sicuramente non conservarono un atteggiamento ostile nei confronti di quelli; ma addirittura fraternizzarono; il che comportò l’instaurarsi di un regime di collaborazione tra i cittadini a tutto vantaggio della crescita culturale, economica e sociale della città.


 

Pianta schematica del decorso dell’acquedotto Serino-Miseno

Questo periodo di benessere fu turbato profondamente dal terremoto del 63 d.C., una catastrofe violenta che distrusse gran parte della città, provocando crolli di edifici ed un considerevole numero di vittime. Di ciò ne abbiamo notizia anche dai rilievi che si eseguono durante le attuali operazioni di scavo.

 

 


L’ERUZIONE DEL 79 D.C. – LA FINE DELLA CITTA’

Subito dopo il terremoto, i cittadini si ripresero dallo spavento e, vinto il dolore per la perdita dei familiari e delle case, con sforzi giganteschi e con tenacia accanimento, profusero tutte le loro forze ed impiegarono ogni loro risorsa per la ricostruzione della città. Di tanto si hanno documenti storici inconfutabili messi in luce anche durante gli scavi archeologici.


La tragica morte di un cane (calco in gesso)

Mentre era in pieno fervore l’opera di ricostruzione, una tragedia ancor più violenta si abbatteva sulla regione. E’ la tragica catastrofe del 79 d.C. Verso la fine di quell’anno, il Vesuvio, risvegliatosi dal suo torpore, iniziò la fase eruttiva che è da considerarsi la più disastrosa e violenta storicamente documentata.
Una fitta pioggia di pomici, lapilli e cenere, come una coltre, spessa tra i due e i sei metri, coprì tutta la città.
Una nube di gas tossici si addensò sul cielo rendendo l’area esiziale. Un terremoto violento e prolungato accompagnò il terribile fenomeno già descritto, radendo al suolo tutti gli edifici e le strutture murarie che in parte avevano resistito all’immenso peso della cenere e del lapillo.
I cittadini, atterriti dai violenti fenomeni, di cui per altro si davano una spiegazione prevalentemente magico – religiosa, scapparono lontano in cerca di aria più respirabile.
Alcuni indugiarono in città, non volendo distaccarsi dalla propria proprietà abbandonandola; pochi altri vi ritornarono, forse anche nello stesso giorno, spinti dal miraggio di recuperare quei beni che vedevano dissolversi davanti ai loro occhi e che si sforzavano di porre in salvo con tutti i mezzi.
Proprio tra questi ultimi, la morte mieté molte vittime; asfissiate dai gas tossici emanati dal Vesuvio.
I dettagli dell’immane cataclisma sono stati tramandati dallo storico Plinio il Giovane che in quei giorni accompagnava suo zio Plinio il Vecchio di stanza in una sua villa a Miceno.
Lo storico latino in due lettere indirizzate a Tacito descrive la morte di suo zio, avvenuta a Castellammare di Stabia per asfissia durante l’eruzione e, contemporaneamente, fornisce notizie di prima mano circa i particolari del drammatico evento. La Città rimase sepolta per tanti secoli per cui la memoria di essa si perdette. Fugaci accenni sulla sua esistenza si hanno qua e là in forma sporadica; più che storia si facevano congetture.
Fortuitamente, nel 1748, Pompei riemerse dall’oblio: Carlo III di Borbone, con specifico editto, decise di riportare alla luce l’antica città, iniziando lo scavo sistematico.



Topografia della Campania (1856 ca.)

Da quell’epoca si continua a scavare; tesori di arte e cultura vengono alla luce, “il più prezioso e il più mirabile documento dell’antichità: la visione completa di un’intera città in cui la vita si è arrestata in un attimo, interrotta violentemente, ma non distrutta. Da ciò la possibilità di poter con lo scavo entrare nell’intimità della casa, della famiglia e di un intero consorzio urbano; di poter cogliere dalle strutture, dalle decorazioni, dalle suppellettili, dalle iscrizioni, dai graffiti, tutti gli aspetti e tutte le voci della vita pubblica e privata antica”.

Da Pompio campo a Pompei città.

 


LA VALLE ANTICA

Dopo la violenta eruzione del 79 a.C. che distrusse Pompei, Ercolano e Stabia, sembrava che la Valle fosse destinata a rimanere desolata ed abbandonata per sempre.
Ma, i pochi abitanti sparsi nelle casupole, con tenacia, si raggrupparono e costruirono una chiesetta che dedicarono al SS Salvatore, nei pressi del fiume Sarno, sulla via Astolelle.
La comunità formò così il primo nucleo di quello che fu denominato Casale di Valle.
Siamo attorno all’anno mille. Anteriormente a tale data nulla si sa della Valle tranne una notizia riferita da Martino Monaco.
Nella sua STORI DELLA CITTA’ DI BENEVENTO, Stefano Borgia riporta la cronaca della traslazione delle reliquie di San Bartolomeo da Lipari a Benevento, avvenuta nell’anno 838 e scritta appunto dal monaco Martino.
Tradotto dal latino, si riporta il passo relativo all’argomento: “Intanto il principe Sicardo, a cui era soggetta la città di Benevento e, per merito ed impegno del quale, le navi erano salpate da Lipari con le spoglie dell’Apostolo, si era disposto con non piccolo esercito sul CAMPO POMPEIANO (Pompio Campo) così chiamato da Pompei, città della Campania, attualmente deserta”.
Qui, per la prima volta, si accenna al Pompio Campo che designava il luogo, nei pressi della Pompei antica, da identificare con probande certezze in Valle di Pompei.
Chiesa e casale nel secolo successivo diventarono Badia Benedettina, la cui circoscrizione si stendeva dal Vesuvio al mare.
Nel 1323 i Benedettini permutarono tutto il vasto territorio con altri beni, in tenimento di Aversa, della famiglia Caracciolo di Napoli.
La chiesetta, allora, fu completamente abbandonata e i contadini, già miseri, continuarono a condurre la loro vita di stenti, senza una guida religiosa e civile.
Un secolo più tardi, nel 1459, il grande feudatario Luigi Caracciolo partecipò alla Congiura dei Baroni. Dopo l’aspra battaglia, che si concluse con la sconfitta dei Baroni, Luigi Caracciolo, per avere salva la vita, dovette cedere il feudo alla famiglia Piccolomini.
Il Casale si risvegliava e la popolazione aumentava; ed il Principe Alfonso Piccolomini, per aumentare gli ingordi guadagni, non curandosi dei danni che avrebbe arrecato a tutta la Valle, fece costruire dighe e palizzate lungo tutto il corso del fiume Sarno per alimentare i suoi mulini installati nei territori di Scafati e di Torre Annunziata. In breve la navigazione fu impedita e le acque del Sarno strariparono disordinatamente e resero la zona paludosa ed inabitabile.
Passarono pochi anni e la terribile peste del 1656 non risparmiò la Valle. In tre anni il Casale si spopolò; anche la giurisdizione parrocchiale fu soppressa.
Vi rimasero soltanto tre famiglie. Molti si spostarono ad Oriente, verso Ottaviano; altri si aggregarono ai comuni di Gragnano, Torre Annunziata, Boscoreale e Scafati.
Ma col passare del tempo, parecchi contadini, richiamati per istinto dalla buona terra, non disdegnarono di ritornarvi.
Nel 1740 li ritroviamo, infatti, nella zona più a nord, denominata Fossa di Valle. Qui costruirono la nuova Chiesa del Salvatore, dopo aver demolita la precedente, ubicata in Via Astolelle, ormai diventata un rudere.
Il 18 marzo 1840, con editto reale fu ripristinata la giurisdizione parrocchiale.
Nel 1880, con decreto del Sindaco Ilardi di Torre Annunziata, la chiesetta fu demolita perché pericolante. Fu salvata la soglia attualmente incastonata sul sagrato del Santuario.
La sede della nuova Parrocchia fu ubicata nella navata destra del Santuario. Nel 1898 fu inaugurata la sede parrocchiale attuale.


 

 

L’antica Parrocchia (1740-1880)

 

 


IL VATICINIO DELLO STORICO

Nel Novembre del 1887, Ludovico Pepe così concludeva la prefazione alla sua opera MEMORIE STORICHE DELL’ANTICA VALLE DI POMPEI: … Anzi questa nuova Valle, questa Valle di Pompei, che sorge colla nuova e già celebre Chiesa del Rosario, è una continuazione dell’antico Casale e della Chiesa antica. Esiste, non è mica distrutta l’antica giurisdizione Parrocchiale, nella quale vivono ancora alcune famiglie, il cui ceppo è da ricercare nei fuochi dell’antico comune.
Il Fondatore della nuova Chiesa, del nuovo Casale di Valle di Pompei già ne scrive la storia: noi scriviamo la storia della Chiesa e del Casale antico, come per completare quella storia, come per arricchirla della prima pagina.
Quelli che per avventura troveranno vani i nostri sforzi, le nostre fatiche, considerino che, dopo tutto, potrà essere un giorno utilmente letta questa storia da chi, reggendo i destini della nazione, potrà esser chiamato a ridonare al Casale un po’ dell’antico territorio, e far risorgere il Comune. Quanto segue
Passati poco più di quarant’anni, dopo un lungo iter burocratico, l’auspicio diventava realtà: nasceva il COMUNE DI POMPEI.

Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia N. 88 del 13-4-1928

Legge 29 marzo 1928, n. 621


COSTITUZIONE DEL COMUNE DI POMPEI

Vittorio Emanuele III
Per grazia di Dio e per volontà della Nazione
Re d’Italia

Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato;

Noi abbiamo sanzionato e promulgato quanto segue:

Art. 1
Con le zone di territorio del comune di Scafati, appartenente alla provincia di Salerno, e dei comuni di Boscoreale, Gragnano e Torre Annunziata appartenenti alla provincia di Napoli, comprese entro i limiti indicati nell’art. 2, è costituito il comune di “Pompei”, il quale viene assegnato alla provincia di Napoli.

Art. 2
I confini del Comune predetto sono stabiliti come segue:
a) A nord: la via Spinelli, dall’incontro con la via Portella, e la via Grotta fino all’incontro con la via Ponte Zappella;
b) A ovest: la via Ponte Zappella, la via S’ant’Antonio, il fosso della Bonifica e la via Petraro sino all’incontro con la via Lattaro;
c) A sud: la via Lattaro e la via Calvanese;
d) A est: il tratto dell’attuale confine tra Gragnano e Lettere e tra Gragnano e Scafati dalla via Fusaro al fiume Sarno, il fiume stesso sino alla via Astolelle, detta via sino al canale Bottaro, il canale medesimo sino al limite occidentale della proprietà comunale di Scafati, adiacente al fabbricato del Laboratorio dei tabacchi, il limite predetto sino alla via parallela al viale dell’Istituto dei Tabacchi, la stessa via vicinale sino alla strada Napoli – Salerno, la via crapolla, una linea congiungente tale via con il canale del Sarno nel punto d’incontro con la via portella e, infine, quest’ultima via sino all’incrocio con la via Spinelli.

Art. 3
Al Comune di Scafati è aggregata parte del territorio spettante al Comune di Lettere anteriormente alla pubblicazione della Legge 25 giugno 1925, n. 1136, fino a raggiungere, verso mezzogiorno, la linea formata dalla via Fusaro, dal Fosso del Mulino, dalla via Cappella, dal tratto superiore della via Portale e dalla via Paludicella.
È inoltre aggregata al Comune di Scafati parte del territorio appartenente al Comune di Angri, fino a raggiungere verso oriente, la linea seguente: la strada Angri –Lettere a partire dall’imbocco dalla via Paludicella, la via Tora, il tronco superiore della via Pizzone – Salice, la strada Napoli – Salerno fino all’imbocco della via Fosso dei Bagni, la via medesima sino al punto d’incontro dei due canali di bonifica, il canale più prossimo al Sarno sino alla via Orta Longa ed il tronco superiore di tale via fino al fiume predetto.

Art. 4
Con decreti del Ministro per l’Interno sarà approvata la pianta particolareggiata delle linee di confine stabilite dalla presente Legge e sarà provveduto al regolamento dei rapporti patrimoniali fra gli enti interessati.
Contro i decreti suddetti non è ammesso gravame, né in via amministrativa, né in via giurisdizionale.
Ordiniamo che la presente, munita del sigillo di Stato, sia inserita nella raccolta ufficiale delle Leggi e dei Decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come Legge dello Stato.

Dato a Roma, addì 29 marzo 1928 – Anno VI

Vittorio Emanuele

Mussolini

Visto il Guardasigilli: Rocco

Regie Lettere Patenti per la concessione al Comune di Pompei dello Stemma Civico


 

VITTORIO EMANUELE III
PER GRAZIA DI DIO E VOLONTA’ DELLA NAZIONE
RE D’ITALIA

Ci piacque con Nostro Decreto del quindici dicembre millenovecentotrenta concedere al COMUNE DI POMPEI il diritto di fare uso di un gonfalone municipale. Ed essendo stato il detto Nostro Decreto registrato, come avevamo ordinato, alla Corte dei Conti e trascritto nei registri della Consulta Araldica e dell’Archivio di Stato in Roma, Vogliamo ora spedire solenne documento della accordata grazia all’Ente concessionario. Perciò, in virtù della Nostra Autorità Reale e Costituzionale, dichiariamo spettare al COMUNE DI POMPEI il diritto di fare uso del gonfalone municipale miniato nel foglio qui annesso, consistente in un drappo di colore azzurro, riccamente ornato di ricami d’argento e caricato dello stemma del Comune, con l’iscrizione centrata in argento “COMUNE DI POMPEI”. Le parti di metallo ed i nastri saranno argentati; l’asta verticale sarà ricoperta di velluto azzurro con bullette argentate poste a spirale. Nella freccia sarà rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta e nastri tricolorati dai colori nazionali frangianti d’argento. Dichiariamo inoltre dovere il Comune stesso essere iscritto di conformità nel Libro Araldico degli Enti morali. COMANDIAMO poi alle nostre Corti di Giustizia, ai Nostri Tribunali ed a tutte le Potestà civile e militari di riconoscere e di mantenere al COMUNE DI POMPEI i diritti specificati in queste Nostre Lettere Patenti, le quali saranno sigillate con Nostro Sigillo Reale, firmate da Noi e dal Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato, e vedute alla Consulta Araldica.

Date a San Rossore, addì dieci del mese di settembre dell’anno millenovecentotrentuno, trentesimosecondo del Nostro Regno.

Vittorio Emanuele

Mussolini

Visto: il Commissario del Re presso la Consulta Araldica PIETRO FEDELE

Viste e trascritte nei registri della Consulta Araldica, oggi trenta settembre millenovecentotrentuno (IX)

Il Cancelliere della Consulta Araldica ERNESTO PASINI
Regio Decreto – Legge 28 settembre 1929, n. 1756, pubblicato nella GAZZETTA UFFICIALE del 16 ottobre 1929 – Anno VII, n. 241.


ISTITUZIONE DELLA SEDE DI PRETURA NEL COMUNE DI POMPEI E SOPPRESSIONE DELLA SEDE DI PRETURA NELL’EX COMUNE DI BOSCOTRECASE.

VITTORIO EMANUELE III
PER GRAZIA DI DIO E VOLONTA’ DELLA NAZIONE
RE D’ITALIA
Vista la legge 29 marzo 1928, n. 621, che costituisce il comune di Pompei;
Visto il R. decreto 29 marzo 1928, n. 686, che aggrega i comuni di Boscotrecase e Boscoreale al comune di Torre Annunziata;
Visto l’art. 3, n. 2, della legge 31 gennaio 1926, n. 100;
Ritenuta la necessità e l’urgenza di istituire nel nuovo comune di Pompei la sede della pretura, di unificare la giurisdizione del suo territorio, e di sopprimere l’ufficio di pretura avente sede nell’ex comune di Boscotrecase;
Sentito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Nostro Guardasigilli, Ministro Segretario di Stato per la giustizia e gli affari di culto;
Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1.

A decorrere dal 1. Novembre 1929 è istituita la sede della pretura nel comune di Pompei ed è soppressa la pretura avente sede nell’ex comune di Boscotrecase.

Art. 2.

La circoscrizione territoriale della nuova pretura di Pompei comprende i comuni di Poggiomarino, Pompei, Striano e la frazione Flocco; e quella di Torre Annunziata, il territorio degli ex comuni di Boscoreale e Boscotrecase nonché il comune di Torre Annunziata, rimanendo così modificate le tabelle A e B annesse al R. decreto 21 marzo 1923, n. 601.

Art. 3.

La pianta organica del personale assegnato alla pretura di Pompei è quella stessa di cui è costituito l’attuale ufficio di Boscotrecase e i funzionari quivi addetti restano senz’altro trasferiti nel nuovo ufficio.

Art. 4.

Il presente decreto andrà in vigore dal giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno e sarà presentato al Parlamento per la sua conversione in legge.
Il Ministro proponente è autorizzato alla presentazione del relativo disegno di legge.

Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserito nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a San Rossore, addì 28 settembre 1929 – Anno VII.

Vittorio Emanuele

Mussolini – Rocco

Visto: il Guardasigilli: ROCCO

Registrato alla Corte dei Conti, add’ 12 ottobre 1929 – anno VII

Atti del Governo, registro 289, foglio 73 – MANCINI

Decreto Governativo che riconosce al Comune di Pompei la qualifica di STAZIONE DI CURA, SOGGIORNO E TURISMO

Il Capo del Governo
PRIMO MINISTRO E SEGRETARIO DI STATO
MINISTRO SEGRETARIO DI STATO PER GLI AFFARI DELL’INTERNO
DI CONCERTO COL MINISTRO DELLE FINANZE

Vedute le istanze delle Amministrazioni comunali di … Pompei, …
Udito il parere delle rispettive Giunte Provinciali Amministrative e del Consiglio Centrale delle Stazioni di Cura;
Viso il R. D. L. 15 aprile 1926 n. 765, convertito nella legge 10 luglio 1926 n. 1380;

DECRETA

1. Sono riconosciute, ad ogni conseguente effetto, le caratteristiche di cui all’articolo 1 del R. D. L. 15 aprile 1926, n. 765, alla parte del territorio del comune di Pompei limitata a mezzogiorno dalla linea ferroviaria Napoli – Salerno, ad occidente dalla strada vicinale “le Mattine”, a settentrione dalla zona limite degli scavi e dalla via Fossa di Valle e ad oriente dall’ultimo tratto della via vicinale Crapolla, …
2. Omissis.
3. Omissis.

Roma, addì 21 aprile 1930 anno VIII.

Il Ministro delle Finanze: MOSCONI

Il Ministro dell’Interno: ARPINATI

Registrato alla Corte dei Conti addì 26 maggio 1930 anno VIII Reg. N. 3 Interno Fogl. N. 274.

Per copia conforme, il Direttore Capo Divisione: PANTALEO


L’OPERA DELL’APOSTOLO

Dopo l’Unità d’Italia, il fenomeno del brigantaggio affondò le radici su tutta la plaga vesuviana, da Napoli alle pendici del monte Faito. Nelle campagne il brigante Pilone, capo di una nutrita banda di masnadieri, praticava ogni sorta di soprusi e grassazioni sui poveri contadini della Valle e zone circostanti.
A queste bande organizzate si affiancavano i cosiddetti ladroni della strada che si appostavano nei pressi dell’Anfiteatro e spogliavano con minacce e percosse i viandanti che percorrevano la strada provinciale che da Napoli menava alle Calabrie.
Con tutto ciò la piccola comunità, consolidatasi attorno alla modesta Chiesa del Salvatore, simile a certi organismi che sembrano sfuggire alla decomposizione, per volere sovrannaturale, non voleva morire, non voleva scomparire. A nulla erano valse le insidie degli uomini e le avversità degli elementi per distruggerla.


 


La via Provinciale che da Napoli conduceva a Reggio Calabria.

Sulla destra, l’impalcatura per la costruzione della Facciata del Santuario.
Sulla sinistra, antiche case di Valle di Pompei (1), la Taverna di Valle (2) e la casa di Bartolo Longo (3).

 

 

 


Queste erano le condizioni della Valle quando Bartolo Longo vi mise piede per la prima volta nell’ottobre del 1872.
Egli veniva a curare gli interessi della Contessa De Fusco, che, pur possedendo case e terreni, si era guardata bene, fino ad allora, di venire nei suoi possedimenti o di far ritirare le rendite per le ragioni che abbiamo esposte.
Il giovane Bartolo, da poco aveva superato il tormentoso periodo delle pratiche spiritiche che tanto lo avevano minato nel suo già debole fisico, ed era passato alla propaganda della fede cristiana.
Egli credeva di venire a fare l’avvocato, di curare gli interessi della Contessa De Fusco che tanta fiducia riponeva in lui; ma, la desolazione della Valle lo colpì profondamente ed un desiderio di agire, un bisogno irrefrenabile, una febbre, come lui stesso scrisse, lo indussero a frequentare più spesso la Valle, a soccorrere i poveri e a dare principio a quelle opere di Carità e di Fede che in breve volgere di anni fecero conoscere Pompei negli angoli più reconditi della terra.
Così, la Nuova Pompei cristiana si affiancava alla Pompei pagana dissepolta, al tesoro d’arte unico al mondo che il grembo della terra abbia saputo conservare per circa duemila anni.
Incommensurabile fu l’opera di Bartolo Longo. Si riportano le tappe fondamentali.



Il Santuario in costruzione (è l’immagine più antica)


La sera del 13 novembre 1875, sopra un carro di letame, arrivò da Napoli il quadro della Madonna del Rosario, una tela logora e vecchia; venne accolta nella modesta e cadente Chiesa del Salvatore. L’8 maggio 1876 fu posta la prima pietra del Santuario che fu completato nel 1891.

Era nato, intanto, nel 1884, il Periodico IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI con lo scopo di propagare il Rosario e far conoscere le Opere sociali che sorgevano attorno al Santuario.


 

 

Il primo numero (7 marzo 1884)

 

 

 


Alla prima pedalina, venduta da padre Ludovico da Casoria, ben presto si affiancarono moderne macchine che diedero vita ad una attrezzata tipografia.
Nel 1886 Valle di Pompei ebbe la prima Stazione ferroviaria; fu tracciata la Via Sacra; furono aperti gli Asili per i fanciulli poveri della Valle.


 

La prima stazione ferroviaria (1886)

 

 


 

 

La Via Sacra aperta nel 1886.
Sulla destra: la Colonna Miliare e l’Ospizio Bartolo Longo

 

 

 


Le Case Operaie (progetto dell’arch. G. Rispoli).

Disegno acquerellato

 

 


 

 

Le Case Operaie viste da Via San Michele.
Sullo sfondo il Casino Dusmet

 

 

 



In primo piano l’inizio di Via Sacra. Sullo sfondo la Torre dell’Osservatorio, l’Orfanotrofio femminile (1887) e la Cupola antica

 

 

 


L’anno successivo, maggio 1887, fu inaugurata la prima delle cinque “Case Operaie” per i dipendenti del Santuario.
In quello stesso anno 1887, la fervida operosità di Bartolo Longo volse la sua umanità alle fanciulle derelitte, private dal destino del sostegno familiare. L’8 maggio fu accolta la prima orfanella e nacque l’Orfanotrofio Femminile.
Seguirono altre importanti opere sociali a mano a mano che la popolazione cresceva: ecco il Dispensario per gli infermi poveri, l?ufficio Postale, la Stazione dei Carabinieri.
Gli interessi di Bartolo Longo erano anche protesi alle vie dell’intelletto e delle Scienze: il 15 maggio 1890 fu inaugurato l’Osservatorio Meteorico – Geodinamico – Vulcanologico, il più importante del meridione d’Italia per la sua posizione strategica e per le sofisticate attrezzature. Tale fu riconosciuto dai numerosi scienziati, riunitisi in quello stesso giorno per il Primo Congresso in Valle di Pompei. La direzione fu affidata al padre barnabita Francesco Denza.


 

 

L’Ospizio Bartolo Longo (lato meridionale).
Sul fronte: CARITAS – OSPIZIO PER I FIGLI DEI CARCERATI

 

 


Ed ecco, nel maggio del 1892, la gemma più fulgida dell’Opera Pompeiana: l’Ospizio che doveva accogliere gli orfani della Legge, i fanciulli più abbandonati e rifiutati dalla società per colpa dei loro padri. Con l’opera svolta in questo Istituto, Bartolo Longo dimostrò con i dato di fatto, come l’amore e la carità vincano i pregiudizi sociali e sconfessino quelle teorie pseudo – scientifiche che nelle azioni dei figli vedevano la naturale continuazione della vita sciagurata dei padri.


 

Il Santuario (1884) arch. Antonio Cua

 

 

 


 

 

 

Inaugurazione della Facciata (1901)

 

 


Centinaia di fanciulli educati in speciali ambienti e con particolari metodi sono diventati uomini e si sono degnamente inseriti nella società.
Il 5 maggio 1901, col concorso plebiscitario di quattro milioni di fedeli, veniva inaugurata la Facciata del Santuario, monumento imperituro alla Pace Universale, degno completamento del maestoso Tempio.


 

 

Il Campanile in costruzione

 

 

 


Il 12 maggio del 1912, Mons. Augusto Silj, delegato pontificio, benedisse la prima pietra per l’erezione del Campanile, completato nel 1925. Ed infine nel 1922 l’Ultimo voto del cuore: l’Istituto che accoglie le Figlie dei carcerati.

La mattina del 5 ottobre 1926, all’età di 85 anni, Bartolo Longo chiudeva la sua vita terrena. Aveva speso cinquanta anni per fondare accanto alle rovine della città pagana la Nuova Pompei Cristiana.


 

L’Ospizio per le Figlie dei Carcerati (arch. A. Leonori).
Oggi sede della Prelatura e degli uffici della Curia

 

 

 


IL COMUNE AUTONOMO

A mano a mano che le opere benefiche crescevano all’ombra del Santuario, nella popolazione si sviluppava il desiderio di unirsi sotto un unico Gonfalone, e di dare un assetto amministrativo definitivo al territorio ove erano sorte le Opere, gli alberghi, i negozi e i pubblici uffici.
Valle di Pompei era divisa tra i Comuni di Torre Annunziata, Scafati, Boscoreale e Gragnano.
La richiesta di autonomia trovava il suo fondamento in ragioni topografiche, economiche, morali e sentimentali.
Una popolazione in continuo aumento non poteva vivere alla dipendenza di quattro comuni e di due province.
Gli abitanti di una stessa strada erano costretti a denunciare una nascita, o fare un atto amministrativo, in due comuni diversi. Si creavano enormi confusioni che rendevano la vita difficile e noiosa. Capitava che tutti godevano gli stessi diritti; ma pagavano le imposte in misura diverse, alimentando così il contenzioso.
Gli abitanti delle frazioni, più che ai comuni di appartenenza, accorrevano al centro di Pompei, per soddisfare i loro bisogni. I servizi generali non erano regolarmente garantiti. Le strade, per esempio, non venivano sollecitamente riparate per i continui conflitti di competenza che sorgevano tra i quattro comuni.
Ed infine, non bisogna trascurare le ragioni morali e sentimentali per cui si rendeva indispensabile l’autonomia.
Il nucleo della nuova comunità che si era costituita non aveva assorbito nessuna tradizione dei quattro comuni a cui apparteneva il territorio. In una parola, i nuovi abitanti volevano che i loro interessi materiali ed ideali venissero regolati e condotti da un’unica volontà, un’unica coscienza, quella di cittadini raccolti nella cerchia di un comune unico.
Tra i fautori dell’autonomia del comune ricordiamo, primo fra tutti, Fr. Adriano di Maria, al secolo Enrico Celentano, Direttore dell’Ospizio Bartolo Longo.
Amico intimo e consigliere di Bartolo Longo, egli profuse a piene mani tutte le sue energie di educatore ed organizzatore.


 

Fratel Adriano di Maria (al secolo Enrico Celentano)

Considerava i fanciulli ed i giovani come figlioli e li aiutava a cancellare dai loro cuori le tristi vicende familiari, per prepararsi a diventare uomini onesti e laboriosi per la vita che si schiudeva davanti a loro.

 


 

Il Palazzo De Fusco – Hotel Fonte Salutare (sec. XX, anni venti)

 

 


 

 

La Fonte Salutare

 

 

 


Incoraggiato da Bartolo Longo, Egli fece stampare e propagandare una memoria nella quale sosteneva che l’autonomia del comune di Pompei non era un’aspirazione puramente sentimentale, ma un bisogno imperioso ed essenziale per l’esistenza dei cittadini stessi.


 

Il Palazzo De Fusco sede del Comune (anni trenta)

 

 


 

Piazza Santuario. Veduta d’insieme (anni trenta ca.)

 


Da abile diplomatico sfruttò le numerose amicizie che aveva a Roma, finché non ottenne la desiderata autonomia.

In quella occasione dovette lottare non poco. I Podestà dei comuni di Scafati e di Torre Annunziata mal sopportavano di dover cedere quelle porzioni di territorio più ricche ed attraenti dal punto di vista turistico ed economico.
La costituzione del comune Autonomo col nome di Pompei riscosse l’unanime consenso degli abitanti della Valle ed anche dei comuni limitrofi. I novelli cittadini manifestarono la loro gioia per aver visto finalmente realizzato la loro aspirazione.
Il 30 aprile 1928, il Podestà di Scafati P. Vitiello, pur non avendo cancellato ogni traccia di amarezza, salutò il nuovo comune facendo affliggere un manifesto alle cantonate della sua città:
“Cittadini!
Entrando in vigore la Legge che istituisce il nuovo comune di Pompei, S. E. il Prefetto mi ha inviato il seguente telegramma:
Mentre Valle di Pompei si distacca dal ceppo di origine per seguire nella provincia di Napoli i suoi destini col nome millenario, sicuro auspicio di grande fortuna, invio il mio saluto augurale e di commiato ai cittadini di Pompei.
A Scafati che, con consapevole fierezza, contiene il dolore del distacco, le espressioni della mia simpatia e il monito categorico di intensificare attività e opere per il certo domani”.


La nuova Cupola – La Ferrovia Circumvesuviana – La Via Piave

 

 


Il 4 marzo 1928, Mons. Edoardo Alberto Fabozzi, oratore ufficiale del Santuario di Pompei, celebrò la costituzione del nuovo comune:
Il giorno 17 dicembre 1927 il Consiglio dei Ministri approvò la proposta della costituzione del comune di Pompei. La lieta notizia, improvvisa, inaspettata, commosse questa Valle e le plaghe circostanti. I cuori sussultarono, in un momento solo sventolarono le bandiere. Era qui festa delle opere, era qui festa del popolo. Il popolo ha l’intuizione delle grandi ore; il popolo con i suoi entusiasmi fa la filosofia della storia, prima che con le meditate riflessioni non la facciano i sapienti.
Il Governo nazionale, ispirandosi ad altri intenti di ricostruzione dei valori storici e spirituali della stirpe, nel Consiglio dei Ministri, quel giorno, aveva decretato la costituzione di un nuovo comune italico: Pompei. Non più la Pompei antica e la Pompei nuova, la città degli scavi e la città di Maria, la plaga della morte e la plaga della vita, ma semplicemente: Pompei; un nome solo che diceva due grandezze, due civiltà, due popoli; un’antitesi che assurgeva ad una sintesi, una lotta che diveniva un amplesso, un’opposizione che il genio della chiesa e il genio d’Italia trasformavano in trascendente armonia. Nel nome di Cristo e nel nome d’Italia, la rinascita! In terra d’Italia nessuna civiltà muore del tutto e muore per sempre. Dove Cristo regna, anche dalle tombe esce l’alitare, l’alitare della vita!
17 dicembre 1927! Una data storica! È il Natale di Pompei!


LE INSEGNE ARALDICHE

Il 23 agosto 1930 fu registrata alla Consulta Araldica la Lettera Patente che concedeva al Comune l’uso dello Stemma, indicandone le figure: “Troncato alla fascia diminuita di rosso, nel primo campo il cielo, al mare procelloso al naturale, sormontato da una croce di legno al naturale col rosario d’argento posto in banda, accompagnata nel canton sinistro del capo da una stella di sei raggi dello stesso; nel secondo campo il cielo, due colonne di marmo al naturale, con la trabeazione d’argento accollate al Vesuvio al naturale, il tutto movente dalla punta.
Lo scudo sarà sormontato da corona di Comune”.
I simboli raffigurati nel primo campo si riferiscono alla Pompei attuale, la Pompei cristiana. La croce col Rosario sul mare procelloso è segno delle lotte sostenute da Bartolo Longo nel compimento della sua opera, confortata dalla preghiera e dalla fede nella Vergine “Stella Maris”.


 

Il trilite dorico, nel secondo campo, ed il Vesuvio in eruzione sullo sfondo, ricordano il nome ed il luogo in cui è sorta la nuova città.
La fascia rossa distingue ed unisce idealmente due civiltà, due culture in perfetta simbiosi che rendono Pompei città unica al mondo.
Attualmente la corona di Comune è stata sostituita con quella della Città.

 



L’anno seguente, il 30 settembre, fu registrata anche la Lettera Patente che concedeva il Gonfalone Municipale:
“Un drappo di colore azzurro, riccamente ornato di ricami d’argento e caricato dello Stemma del Comune, con l’iscrizione centrata in argento COMUNE DI POMPEI.
Le parti di metallo e i nastri saranno argentati; l’asta verticale sarà ricoperta di velluto azzurro con bullette argentate poste a spirale.
Nella freccia sarà rappresentato lo Stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta e nastri colorati dai colori nazionali frangiati d’argento”.

 


 

 

 

 

Il Gonfalone

 

 

 

 


TOPOGRAFIA E DEMOGRAFIA

Il Comune di Pompei si estende su un’area di 12,41 kmq, dalle pendici meridionali del Vesuvio alla bassa valle del fiume Sarno.
È attorniato dal Vesuvio, a nord; dai monti Lattari a sud; dai monti di Sarno ad est; ad ovest si apre sul golfo di Napoli, verso la penisola Sorrentina.
Confina con Boscoreale a nord; con Scafati ad est; con Santa Maria la Carità a sud e con Castellammare di Stabia ad ovest.
L’altitudine è di 52 metri s.l.m. con punte più alte al nord.
La costituzione geologica del terreno è di natura vulcanica a nord e a nord – ovest, con prevalenza di lava e lapilli; è di natura alluvionale nelle altre parti con sabbie, sabbie argillose e ghiaie.
Alla costituzione del Comune la popolazione risultava di poco più di 7.000 unità; attualmente è di circa 26.000 residenti.
Amministrativamente il territorio si compone del Centro, sviluppato attorno al Santuario, e delle Contrade di Tre Ponti, Parrelle, Civita Giuliana, Villa dei Misteri, Ponte Nuovo, Messigno, Mariconda e Fontanelle.


 

 

Tre Ponti – Scuola Elementare. La madre accompagna i bambini a scuola

 

 

 


Parrelle – L’antica Cappella gentilizia

 

 


 

 

Civita Giuliana – Cappella della Madonna dell’Arco

 

 

 

 


 

 

 

Messigno – Piazzetta della Concordia


 

 

 

Messigno – Antico arco con edicola del Sacro Cuore

 

 

 


 

Il fiume Sarno

 

 

 


 

 

 

Moregine – La Masseria Piscicelli

 

 

 


 

 

Moregine – Costruzione di servizio per il Campo di aviazione militare

 


 

 

Mariconda – La Chiesa dedicata al Sacro Cuore

 

 

 

 


Targhe viarie al confine con il Comune di Santa Maria la Carità


 

Mariconda – Targa apposta in occasione dell’adozione della Piazzetta di Mariconda dai Lions Club Pompei Host

Il 4 dicembre 1997 nella Sala dei Baroni del Mascio Angioino a Napoli, Pompei fu dichiarata dall’Unesco

 

 


 

PATRIMONIO DELL’UMANITA’

Con la seguente motivazione:

“Gli impressionanti resti della Città di Pompei e dei nuclei limitrofi, inghiottiti dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., costituiscono una testimonianza completa della società e della vita quotidiana, in un preciso momento del passato, e non esiste un equivalente in nessuna parte del mondo”.

Con Decreto del 9 gennaio 2004 il Presidente della Repubblica concesse al Comune di Pompei il titolo di CITTA’

 

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