BARTOLO LONGO: LA VITA ED I MIRACOLI

DA LATIANO A POMPEI

È festa grande in casa Longo, quel 10 febbraio 1841.
Gli abitanti di Latiano, piccolo centro della provincia brindisina (all’epoca era provincia di Lecce), si stringono intorno a due dei loro concittadini più stimati: il medico Bartolo e la moglie Antonia Luparelli, la cui casa è allietata dalla nascita del secondo figlio. La prima a venire alla luce era stata Rosa; ora papà Bartolo è orgoglioso per l’arrivo in casa di un erede maschio, al quale vorrà dare il suo stesso nome come segno delle speranze che nutre nel futuro neonato.
I Longo sono una famiglia ricca e rispettata a Latiano. Il padre di Bartolo senior era stato sindaco; il medico, apprezzato professionista, è divenuto una sorta di autorità morale, interpellato per dirimere ogni sorta di controversia. Antonia, figlia di un noto magistrato, viene definita “donna mite e dolcissima”. In questa serena cornice familiare il piccolo Bartolo porta una ventata di gioia e di allegria, accompagnata da tanta irruenza. Non di rado il bambino mette in imbarazzo i genitori: già a pochi anni si diverte a imitare i personaggi di casa, e talvolta esercita questo suo talento comico anche nei confronti di illustri visitatori che varcano la soglia del palazzo di Latiano.

 

La casa di Bartolo Longo a Latiano

Ma l’infanzia del futuro Beato è contrassegnato anche da una profonda educazione religiosa: ai precetti insegnati si unisce la carità vissuta, grazie alle continue visite nelle zone più povere che il piccolo Bartolo compie insieme alla madre, che dedica molto del suo tempo libero all’assistenza degli indigenti. La miseria, del resto, offre u campo diffusissimo d’azione: siamo in pieno Regno delle Due Sicilie, e l’economia agricola – spesso improntata ancora a regole feudali – relega moltissime famiglie in condizioni di estremo bisogno. I Longo, contrariamente a tanti loro contemporanei, se ne rendono conto e scelgono di non chiudere gli occhi dinanzi all’altrui povertà: Antonia compie quasi ogni giorno delle missioni di carità, portando buon cibo e vestiti a che non può permetterseli. Seguendola, Bartolo fa tesoro di un esempio che ispirerà, decenni dopo, le grandi opere di carità sociale del santuario di Pompei.

I PRIMI PASSI

A sei anni, il bambino viene affidato al collegio degli Scolopi di Francavilla Fontana. Contrariamente a tanti suoi coetanei, Bartolo vive questo periodo con grande serenità. Il piccolo eccelle negli studi, e si trova perfettamente a suo agio nell’ambiente dell’istituto religioso; qui ha modo di maturar una fede che gli stessi maestri trovano stupefacente, considerata l’età dell’allievo. Nel 1858, a 17 anni, consegue il diploma; l’anno dopo, gli insegnanti del collegio lo chiamano alla docenza dei rudimenti grammaticali in quello sesso istituto.
Potrebbe schiudersi dinanzi al giovane una carriera di insegnante: ma la prospettiva non entusiasma il neo-diplomato, che preferisce intraprendere studi giuridici.

 

 

A NAPOLI, NEL TUNNEL DELLO SPIRITISMO

Dopo la proclamazione dello Stato unitario italiano, Bartolo e il fratello Alceste si trasferiscono a Napoli: il primo per gli studi di legge, il secondo per iscriversi alla facoltà di Medicina.
Nell’ex capitale delle Due Sicilie, il futuro Beato incontra una società piena di fermenti culturali. Al rifiorire di molti settori artistici, grazie alla ventata di novità e di ottimismo del periodo post-unitario, si accompagna però una forte ideologizzazione delle istituzioni accademiche più importanti. Ai grandi maestri del pensiero liberale si unisce una scuola di discepoli che fa dell’anticlericalismo la propria bandiera: l’ostilità verso il “Papa re” si estende a tutte le istituzioni religiose, si nega anche la potestà spirituale della Chiesa, si inneggia allo “Stato ateo” e alla “legge atea”. In questo turbinio di teorie antireligiose si trova coinvolto il giovane Bartolo. Sradicato dal suo ambiente familiare, trascinato dai compagni ma anche dalla sua innata voglia di sapere e di studio, vive un periodo di profondo turbamento interiore. Lezioni e libri lo allontanano ogni giorno di più dalla religione, dalla preghiera, dai sacramenti. Giunge a tenere lui stesso, in piazza, infuocate filippiche contro la Chiesa e i preti: oppure offre da bere a chi voglia insultare i sacerdoti che passano all’ingresso di un bar.
Ma tutto questo furore anticristiano lascia un profondo vuoto nell’esistenza quotidiana del giovane studente. Bartolo. Si è fatto affascinare dalle teorie contro la Chiesa, ma in cuor suo rifiuta il ragionamento filosofico che giunge a negare l’esistenza di Dio. Un libro, in particolare, diviene il simbolo della sua crisi: la Vita di Cristo di Renan, un volume che si proponeva di negare l’essenza divina di Gesù. Bartolo lo legge e ne resta profondamente turbato. Egli non vuole rifiutare l’esistenza di una realtà trascendente. E proprio in questa fase si lascia condurre a una seduta spiritica, nella quale pone alle “entità” che si manifestano domande sull’esistenza di Dio e sulla religione.

 

Panorama del golfo di Posillipo in un’immagine del 1880

Per il giovane quelle sedute diventano una droga, di cui non riesce più a farne a meno. Bartolo intensifica le esperienze paranormali e i contatti con alcuni “maestri” di spiritismo; lui, che eccelle in qualsiasi disciplina si impegni, in pochi mesi brucia le tappe e riceve una specie di ordinazione pagana a “sacerdote dello spiritismo”. Tutto ciò gli causa una straordinaria tensione nervosa: le notti insonni si moltiplicano, le allucinazioni e visioni lo sconvolgono con crescente frequenza. Le sue guide gli chiedono di digiunare per purificarsi e accedere meglio alla dimensione medianica: la rinuncia al cibo concorre ad indebolirlo, fiaccandone il corpo, l’anima e la mente, ormai preda di immagini e suoni deliranti. Insomma – come dirà il vescovo Anastasio Rossi nella celebrazione per il centenario della nascita del Beato – , “si gettò a capofitto nelle aberrazioni teoriche e pratiche dello spiritismo”. Rivisitando anni dopo la propria esperienza di quel periodo, il maturo Bartolo Longo individuerà in quelle sedute medianiche non una somma di trucchi, ma una vera e propria presenza diabolica, da cui fu liberato da un miracolo della Madonna.

 

 

IL RITORNO ALLA FEDE

Quel miracolo, per Bartolo Longo, avviene attraverso l’incontro con un vecchio amico e concittadino, il professor Vincenzo Pepe. Insigne docente e grande cattolico, Pepe riceve un giorno una visita del giovane studente a Maddaloni, piccolo centro del casertano. L’anziano professore non crede ai suoi occhi: Bartolo è smunto, emaciato, mostra sul viso un pallore mortale. Bastano poche parole, e Pepe si rende conto della causa del malessere del giovane. Tra i due si sviluppa un dialogo animato, e quando il professore comprende quanto siano radicate le teorie spiritiste nell’animo dell’amico gli urla contro: “Tu vuoi morire in manicomio, e poi dannato!”. Sarà per la fiducia che nutre in Pepe, sarà per la forza delle sue ragioni, il giovane riparte per Napoli, promettendo all’anziano docente di voler tentare una confessione. L’indecisione però prevale ancora, finché una notte Bartolo rivede con gli occhi della mente la casa paterna, i genitori, la loro amorevole educazione ai principi della vita cristiana. Gli pare persino di scorgere la madre aggirarsi nella stanza, implorandolo di tornare alla fede. È quanto serve per superare ogni dubbio e per recarsi dal padre domenicano Alberto Radente, raccomandato da Pepe.

Quello con il religioso è il primo di una serie di incontri con veri e propri giganti della fede, che contribuiranno a forgiare la sua personalità e a guidarlo verso la missione che lo attende. I mesi successivi vedono Bartolo pervaso da un autentico, sacro impeto religioso nel tentativo di cancellare il periodo di “caduta”. Ritorna dagli ex compagni spiritisti, incurante delle loro beffe, per annunciare la propria conversione e invitarli – inutilmente – a seguirlo; ascolta anche due o tre messe di seguito, restando inginocchiato sul pavimento per ore; si affida a padre Radente, ormai sua guida spirituale, per altre mortificazioni e penitenze che cancellassero la parentesi passata. Moltiplica i gesti di carità, rinunciando alla vita agiata per aiutare chi ha bisogno. E, nella Napoli di quegli anni, in cui fioriscono decine di santi, frequenta personaggi come Suor Maria Luisa di Gesù, fondatrice delle suore dell’Addolorata, la nobile Caterina Volpicelli, fondatrice delle Ancelle del Sacro Cuore e il francescano Ludovico da Casoria, entrambi futuri Beati, Alfonso Capecelatro e Giuseppe Prisco, destinati tutti e due alla porpora cardinalizia. Ogni uno di loro offre un tassello peculiare alla dimensione interiore del “convertito”, che deve ora progettare la sua vita adulta. Lungo questo cammino lo attende una scelta dolorosa: la rinuncia al matrimonio con Annina Guarnieri, figlia di un importante dirigente del Banco di Napoli.

 

 


Ritratto della beata Caterina Volpicelli

Bartolo desidera sposarla, “per formare una famiglia cattolica dando figli alla chiesa e nuovi adoratori a Dio”, e la giovane ricambia sinceramente il suo affetto. Ma le guide spirituali del futuro Beato – Padre Radente e il redentorista Emanuele Rivera – si oppongono perché ritengono che Bartolo Longo sia destinato a grandi opere e che il matrimonio possa solo rallentare il suo apostolato. Bartolo supera questa prova rinunciando alle nozze, malgrado il suo cuore trabocchi di pene e i rimorso.

 

 

Ritratto del beato Ludovico da Casoria

 

 

 

ALLA RICERCA DI UNA STRADA

Comincia così l’ultima fase della sua vita prima dell’avvio delle opere pompeiane; un periodo di tirocinio rispetto alla grande impresa che attende l’avvocato. A Napoli, Bartolo vive all’insegna dell’umiltà e della povertà evangelica: non si vergogna di chiedere l’elemosina per i poveri; dedica varie ore della sua giornata all’assistenza dei ricoverati nell’ospedale “Incurabili”; collabora con padre Ludovico da Casoria nelle sue opere di carità e di missione. Durante i lunghi periodi di meditazione in un isolato collegio sulla collina di Villanova, che si affaccia sulle acque di Posillipo, Bartolo considera seriamente la possibilità di prendere i voti: ma lo stesso padre Ribera, che già gli aveva sconsigliato il matrimonio, lo invita a non farsi religioso, “altrimenti – spiega – non si compiranno i disegni di Dio”.
Un’indicazione sicuramente profetica, vista con il senno di poi, ma che in quel momento disorienta fortemente Bartolo. “Qual è dunque – si chiede – il mio posto nello scenario voluto dal Signore?”. In attesa di una risposta definitiva, decide di coltivare l’impegno per la stampa cattolica: un settore nuovo, in espansione, la cui crescente importanza per l’evangelizzazione delle masse viene facilmente intuita dalla sensibilità culturale dell’avvocato Longo. Si moltiplicano i fogli anticlericali? “E allora bisogna combattere il nemico con le sue stesse armi”, commenta Bartolo. Detto fatto: per affinare le proprie doti dialettiche e capacità di scrittore, comincia a studiare letteratura italiana e latina con uno dei più celebri docenti dell’epoca, Leopoldo Rodinò; nello stesso tempo l’abate Giuseppe Prisco, futuro cardinale arcivescovo di Napoli, gli impartisce lezioni di filosofia, e l’amico e maestro Radente lo istruisce nelle materie teologiche.
Altra tappa importante di questo periodo è l’ingresso nel Terz’Ordine domenicano, il 7 ottobre 1871, con il nome – profetico – di “fra Rosario”. E proprio il rosario è il tramite della serie di eventi che conducono Bartolo a Pompei, terra mai prima da lui visitata. Ogni sera, infatti, il giovane avvocato guida la recita della preghiera mariana nella cappella di Caterina Volpicelli. Vedendolo mancare per più giorni, la nobildonna si impensierisce e lo manda a cercare. Il messo trova Bartolo solo, febbricitante e digiuno, per l’impossibilità di procurarsi il cibo vista l’assenza di ristoranti nel suo quartiere. Per assicurare al suo amico vitto e assistenza Caterina Volpicelli lo presenta a una pia vedova, la contessa Marianna De Fusco, che lo accoglie come pensionante nella casa dove vive con i suoi cinque figli.
Dopo qualche tempo, quasi senza volerlo, Bartolo si trova a collaborare con la contessa. In seguito alla morte del marito, la nobildonna deve occuparsi di alcune proprietà, presso l’antica città di Pompei. L’avvocato Longo si offre di recarsi sul posto per curare i suoi interessi: e così il 2 ottobre 1872, a un anno dal suo ingresso nel Terz’Ordine domenicano, il trentunenne Bartolo scende alla stazione ferroviaria di Pompei Scavi, dove lo attendono due coloni armati di tutto punto.

 

 


Veduta di Porta Capua a Napoli del 1880

Già armati per difendere il loro ospite dai briganti che imperversavano nella zona: una valle povera, degradata, dove la legge è assente e i contadini vivono in condizioni di perenne indigenza. Agli occhi di Bartolo Longo si presenta l’immagine ben poco esaltante di come si era trasformata quella terra dopo l’eruzione del 79 d.C. Nelle conversazioni con gli abitanti del posto, egli si rende conto che la cultura è quasi inesistente, che la catechesi scarseggia, che la superstizione tende a prendere il posto della religione. Una religione difficile da conoscere e da praticare, dal momento che l’unica chiesetta della valle, semidiroccata, è invasa da topi e scarafaggi. Resta a valle di Pompei alcuni giorni e qui, in preda all’angoscia per la pena di peccati commessi, sente la sua chiamata: pregare il Rosario.

 

 

LA VOCE DEL ROSARIO

Nella storia del Santuario di Pompei, Longo racconta:”un giorno, correva l’ottobre del 1872, la procella dell’animo mi bruciava il cuore più che ogni altra volta, e mi infondeva una tristezza cupa e poco mendisperata. Pervenni al luogo più selvaggio di queste contrade, che i contadini chiamano Arpaja, quasi abitacolo delle arpie. Tutto attorno era avvolto in quiete profonda. Sentivami scoppiare il cuore. In cotanta tenebria di animo una voce amica pareva mi sussurrasse all’orecchio quelle parole: – Se cerchi salvezza, propaga il Rosario. È promessa di Maria – Chi propaga il Rosario è salvo! Questo pensiero fu come un baleno che rompe il buio di una notte tempestosa.con l’audacia della disperazione, sollevai la faccia al cielo, e rivolta alla Vergine celeste: – Se è vero, gridai, che tu hai promesso a San Domenico, che chi propaga il Rosario si salva; io mi salverò, perché non uscirò da questa terra di Pompei senza aver qui propagato il tuo Rosario-. Niuno rispose: silenzio di tomba mi avvolgeva d’intorno. Ma da una calma che repentinamente successe alla tempesta nell’animo mio, inferii che forse quel grido di ambascia sarebbe un giorno esaudito. Una lontana eco di campana giunse ai miei orecchi e mi scosse: suonava l’Angelus del mezzo dì. Mi prostrai e articolai la prece che in quell’ora un mondo di fedeli volge a Maria. Quando mi levai in piedi, mi accorsi che sulle guance era corsa una lagrima”.

LE FONDAMENTA DEL SANTUARIO

Bartolo Longo usa far seguire l’azione al pensiero. È uomo prudente e sa riflettere a lungo sulle scelte più delicate, ma quando avverte una profonda ispirazione interiore non aspetta. Così, nella desolata valle di Pompei, si rimbocca le maniche e decide di favorire tra gli abitanti la diffusione di oggettini che simboleggiano la devozione mariana. In una terra dove mancano momenti di aggregazione e dove sopravvivono le forti tradizioni della cultura rurale, la festa è un momento di grande importanza per la comunità: così Bartolo organizza delle feste intitolate al Rosario, durante le quali si svolgono lotterie con in palio immagini sacre, coroncine, statuette della Vergine. La prima festa si tiene nel 1873, ed è eseguita da altre due edizioni. Grazie anche a queste iniziative l’avvocato – pendolare (non si contano più i suoi viaggi da Napoli a Pompei e viceversa) diviene una specie di eroe per la povera gente della valle. Sostenuto dal consenso popolare, Bartolo provvede anzitutto ai lavori per dare alla vecchia chiesetta di Pompei un aspetto più igienico e dignitoso; nello stesso tempo fonda la “Confraternita del Rosario”, pio sodalizio nato per offrire preghiere in suffragio dei defunti. Ben presto, però, essa estende la sua azione promuovendo l’assistenza agli ammalati e l’offerta di una dote alle ragazze più povere in procinto di sposarsi.

 


Prospetto del Santuario di Pompei

Emerge qui la duplice veste che contraddistingue tutta la missione del Beato: spiritualità e impegno sociale; devozione al Rosario e promozione degli “ultimi”; predicazione del Vangelo e attività per il riscatto civile delle popolazioni più disagiate.

 

 

UN SOLDO AL MESE…

Il 1875 è un anno di svolta. Bartolo pensa di costruire un altare in onore della Madonna e parla di questo progetto al vescovo di Nola, Giuseppe Formisano. Quest’ultimo replica: “Erigiamo piuttosto una chiesa. Io contribuirò con uno stanziamento di cinquecento lire, voi procurerete dei benefattori che si impegnino a offrire un soldo al mese”. Il Beato inizialmente è perplesso, considerando la difficoltà dell’opera. Poi, seguendo una linea che lo accompagnerà in tutta la sua esistenza, obbedisce al superiore e si lancia nell’impresa con tutto l’entusiasmo di cui è capace.
Occorreva, dunque, un’immagine della Madonna del Rosario da porre alla venerazione dei fedeli. Per cercarla egli si reca a Napoli pensando di acquistare un quadro già viso. Durante questa ricerca, incontra il suo confessore, padre Radente che lo indirizza al Convento del Rosariello a Porta Medina, dove suor Maria Concetta De Litala custodiva un quadro che egli stesso le aveva affidato, in seguito alle leggi eversive che incameravano i beni della Chiesa dopo l’unità d’Italia. Longo va, quindi, al convento e la suora, che lo conosceva, gli consegna di buon grado il quadro che sarebbe servito nella missione che tre sacerdoti della diocesi di Castellammare di Stabia stavano svolgendo a valle di Pompei. Ma una volta visto il Quadro, l’avvocato ne ha un’impressione molto spiacevole: la tela era vecchia e logora, i lineamenti ruvidi e grezzi, inoltre, mancava qua e là brani di colore e c’erano screpolature e buchi. Per l’insistenza della suora prende con sé il Quadro e per trasportarlo a Pompei lo affida al carrettiere Angelo Tortora che, avvolto in un lenzuolo, lo appoggia su di un carro di letame. Era il 13 novembre 1875, data di nascita della Nuova Pompei.

 

 


La processione con il Quadro in occasione del 50° anniversario dell’arrivo a Pompei

Il Quadro, però, aveva bisogno di un restauro immediato. Ne fu incaricato il paesaggista Guglielmo Galella che dipingeva negli Scavi Archeologici. In seguito, un restauro più accurato fu compiuto dal pittore Federico Maldarelli che lo modificò completamente, trasformando anche l’originaria Santa Rosa in Santa Caterina da Siena, secondo l’indicazione del Longo.
A questo punto l’Avvocato si lancia a capofitto nella ricerca di fondi per la costruzione della nuova chiesa.
Comincia contattando i nobili amici della contessa De Fusco, tra cui anche la beata Caterina Volpicelli; ma fa pure esercizio di profonda umiltà, recandosi personalmente a raccogliere offerte. Tra i più solleciti sostenitori dell’opera vi sono proprio i contadini della valle, che hanno avuto modo di conoscere e stimare l’opera del barbuto legale capace di parlare così bene di Dio e della Madonna. Scriverà Bartolo Longo nella sua Storia del Santuario di Pompei: “I poveri furono i primi ablatori per quella umile chiesa che doveva tosto mutarsi in Santuario mondiale; e i poveri di ogni paese ne han seguitato l’esempio. In altri tempi erano i Re, erano i Papi, i Principi, erano le ricche abbazie che con le loro dovizie ponevano mano alla fondazione di templi sontuosi e alle nuove istituzioni sociali e religiose. In Pompei è mutato l’ordine dei fatti. Un tempio sorgerà e sarà monumentale, e richiamerà le genti di molte nazioni. Ma la prima pietra fu il prezzo del sudore della fronte dell’indigente agricoltore; e il suo incremento non si fonderà su rendita certa, ma sarà il frutto dell’obolo incerto, spontaneo della carità del privato”.
Cominciano così gli anni dell’elemosina, della continua ricerca di fondi, del giro incessante per case, parrocchie, istituti religiosi, strade e piazze. Obiettivo: raccogliere offerte, convincere i benestanti a impegnarsi per donare un soldo al mese all’erigenda chiesa pompeiana. Bartolo non lesina energie, la contessa De Fusco fa altrettanto; e la Provvidenza non resta a guardare, ma offre all’avvocato e ai suoi amici chiari segni di sostegno, dai quali derivano anche tangibili doni in oro, gioielli e denaro. Il 13 febbraio 1876, giorno in cui, dopo il restauro, il quadro viene esposto alla venerazione dei fedeli, si verifica la prima delle migliaia di guarigioni miracolose scrupolosamente documentate da Bartolo Longo.
Clorinda Lucarelli, dodici anni, nipote di una nobildonna amica della contessa, viene liberata all’improvviso e completamente dalle crisi epilettiche che fino ad allora le avevano avvelenato l’esistenza. Illustri clinici avevano visitato la ragazza, dichiarando l’impotenza della scienza medica: e Clorinda, invece, riacquista la perfetta salute. Si grida al miracolo, si ringrazia la Vergine del Rosario alla quale pochi giorni prima si era rivolta la zia. La notizia si propaga veloce come un fulmine, e altrettanto in fretta si moltiplicano gli oboli per l’avvocato, ormai chiamato da tutti “don” Bartolo, un po’ in segno di rispetto, un po’ perché i suoi modi, la sua vita, la sua fede sono considerati come quelli di un sacerdote.
Clorinda Lucarelli è solo la prima a ricevere una grazia dalla Madonna del Rosario. Bartolo assiste a questi prodigi con il cuore colmo di gioia, traendone la forza per resistere alle avversità che non mancano – e non mancheranno mai – lungo la strada della sua missione. Superata una serie di problemi per l’acquisto del suolo, l’8 maggio 1876 si tiene la cerimonia di posa della prima pietra, presieduta dal vescovo Formisano, cui partecipa una folla di fedeli alquanto eterogenea, specie per quei tempi: i poveri valligiani al gran completo, con alcune centinaia di ricchi ed eleganti nobili giunti da Napoli. Tutti accomunati dalla devozione alla Vergine del Rosario, che da quel giorno avrà a Pompei la sua dimora più celebre nel mondo.

 

 

LA GUARIGIONE DI BARTOLO

Negli anni successivi, Bartolo Longo aumenta il suo impegno nella raccolta di offerte per la costruzione del Santuario. Alla fine il suo fisico, debole fin dalla nascita, non regge più: nell’estate del 1879 il fondatore del Santuario si ammala di febbre tifoidea, e vari insigni medici – tra cui il grande clinico napoletano Antonio Cardarelli – dichiarano persa ogni speranza per la sua vita.
Indebolito dai mesi di malattia, consapevole di essere giunto al capolinea della sua esistenza terrena, Bartolo si pone un’ultima meta da raggiungere, decidendo di scrivere una novena alla Vergine del Rosario per implorare le grazie nei casi più disparati. “La prima grazia ottenuta da quella novena, evidentemente – annota Adolfo L’Arco, biografo del Beato – fu il compositore, che riacquistò completa salute. L’avvocato disse alla Madonna: – La vita che mi hai dato ecco ti rendo – , e con raddoppiato ardore riprese il suo lavoro di organizzatore dei trionfi della Vergine”. Quella novena, ristampata da allora oltre un migliaio di volte, è stata tradotta in ventidue lingue e diffusa in varie milioni di esemplari.

 

 

Leone XIII promulga l’enciclica sul Rosario

È questa solo una delle sue numerose produzioni letterarie, due anni prima, infatti, aveva già dato alle stampe I quindici sabati , una pia pratica che porta a meditare sui misteri del Rosario, soffermandosi sulle varie tappe della vita di Maria e di Gesù. La sua edizione, che riprendeva un testo originale francese, era corredata da notizie storiche, studi apologetici e racconti delle grazie elargite dalla Vergine di Pompei. Fu tradotto in numerose lingue, tra cui anche l’arabo, ed ebbe un grande successo.
Nel 1880, a seguito di un decreto municipale, viene abbattuta la cadente parrocchia di Valle, situata proprio davanti al nascente Santuario (una lapide posta sulla piazza, indica ancora oggi l’antica soglia di quella chiesa). Nel 1896, Bartolo Longo, a sue spese, fece ricostruire la parrocchia, alle spalle del Santuario. Dedicata al SS. Salvatore, fu consacrata il 29 maggio del 1898 ed esiste tuttora.
La costruzione della chiesa e i relativi affanni non distolgono, intanto, “don” Bartolo dalle iniziative per aiutare le famiglie indigenti di Pompei. Nel 1881 comincia a fare catechismo ai ragazzi, insegnando loro anche a leggere e scrivere. Per tenere docili i vivacissimi “scugnizzi” pompeiani, l’avvocato li blandisce con “dolci” maniere, offrendo loro squisiti fichi secchi fatti arrivare apposta da Latiano. In seguito, istituirà una vera e propria scuola di catechismo e un oratorio, dove si canta, si prega e si gioca: un’opera ritenuta essenziale da Bartolo Longo, per evitare che i ragazzi trascorrano il proprio tempo libero nelle strade, esposti a tentazioni e cattivi esempi tutti da evitare.
Dal Vaticano si segue con grande attenzione e sollecitudine il lavoro svolto a Pompei. I lavori non sono ancora conclusi quando, nel settembre 1882, papa Leone XIII concede l’indulgenza plenaria a che visiti il Santuario: un fatto davvero singolare, tenendo conto che il tempio è ancora in costruzione. Lo stesso Pontefice, in seguito, offrirà a Bartolo Longo l’onorificenza di commendatore di San Gregorio Magno, per esprimere con un segno tangibile la stima e la considerazione di tutta la Chiesa verso l’avvocato pugliese trapiantato in Campania.
Nel frattempo, si susseguono le guarigioni miracolose. Una, tra le tante, avviene all’ombra delle mura del Santuario: un operaio cade dalla sommità della costruzione, ma si alza illeso tra lo stupore dei presenti. Qualcosa di simile avviene allo stesso fondatore: colpito da un ferro affilato caduto a un manovale, non riporta la minima ferita. Ogni grazia viene annotata e descritta con dovizia di particolari da Bartolo, e nel 1883 anche il vescovo Formisano avalla quegli avvenimenti con una propria lettera pastorale. Quello stesso anno, Bartolo Longo, in risposta alla prima delle quindici encicliche di Leone XIII sul Rosario, la Supremi Apostolatus Officio, nella quale il Papa, di fronte ai mali della società additava come rimedio il Rosario, compone la Supplica alla Regina delle vittorie, una preghiera che viene recitata ancora oggi in tutto il mondo cattolico, l’8 maggio e la prima domenica di ottobre, in onore della Vergine del Rosario. La supplica è pronunciata per la prima volta da ventimila pellegrini radunati nella valle, il 14 ottobre 1883.

 

 

LE PRIME CALUNNIE

Ma non tutto può filare senza intoppi. La fama di Bartolo Longo e della sua opera comincia a suscitare invidie e pettegolezzi: a dare i maggiori grattacapi a “don” Bartolo è proprio un sacerdote, Fabrizio D’Auria, che esercita il suo ministero nella vicina città di Scafati. Costui pubblica un giornale locale, La campana del mezzodì, afflitto da mille debiti: per evitare il fallimento, propone a Bartolo di utilizzare il foglio come “voce ufficiale” del nascente santuario, ovviamente in cambio dei finanziamenti necessari. Il fondatore non vede però di buon occhio quel giornaletto di provincia, e ha già in animo di creare uno strumento di comunicazione più adatto. Don Fabrizio D’Auria, con spirito ben poco sacerdotale, non perdona questo rifiuto e giura vendetta all’avvocato: cos’ ben presto La campana del mezzodì si riempie di ingiurie e attacchi verso l’opera di Pompei, mentre viene pubblicato anche un nuovo giornale, Il Rosario di Maria, in cui D’Auria – dopo tentato di delegittimare Longo – si descrive come autentico animatore spirituale di tutto il movimento che sta sorgendo nella valle pompeiana. Sono mesi di autentica sofferenza per il futuro Beato, che sporge querela contro il calunniatore ma non reagisce in altro modo agli attacchi. Alla fine il prete di Scafati, per rimorsi o per altri motivi, ritratta tutto. Bartolo vince anche questa prova, riscuotendo l’ammirazione di un principe del foro napoletano, l’avvocato Francesco Auriemma, che si reca a trovarlo per dirgli: “Siete un atleta che sa combattere tacendo. Trovo davvero esemplare il vostro metodo di lotta, basato sul silenzio della parola e sull’eloquenza dei fatti”.

 


La tipografia dove veniva stampato Il Rosario e La Nuova Pompei

Conclusa questa triste parentesi, l’avvocato è libero di dedicarsi al progetto che stava coltivando sin dal periodo degli studi napoletani: creare un giornale cattolico ad ampia diffusione, da utilizzare come contraltare alla miriade di fogli anticlericali che avevano preso piede durante il Risorgimento e prosperavano anche con l’unità del Regno. Nasce così – con la benedicente autorizzazione del Papa e dell’Arcivescovo di Napoli, cui l’idea era stata sottoposta in anticipo – Il Rosario e la Nuova Pompei. Questa la testata scelta da Longo per il suo giornale, che vede la luce il 7 marzo 1884, festa di San Tommaso d’Aquino. Il sommario propone riflessioni teologiche (tra i collaboratori anche l’abate Prisco, futuro cardinale e arcivescovo del capoluogo campano), articoli scientifici, ma soprattutto i resoconti dettagliati delle grazie ottenute attraverso la Vergine del Rosario. I complimenti della Santa Sede non si fanno attendere, e le tirature premiano l’idea dell’avvocato.
Sull’onda di questo successo nasce un’altra importante realizzazione. A proporla a Bartolo Longo è il suo antico maestro e amico, il francescano Ludovico da Casoria, un secolo dopo destinato agli onori degli altari. Padre Ludovico, sapendo che Bartolo fa stampare fior di libri e giornali, gli suggerisce di aprire a Pompei una tipografia, con la quale dare lavoro e formazione artigianale ai giovani disoccupati del posto. Detto fatto: Bartolo compra una macchina per stampare nuova di zecca, la tipografia viene aperta e in pochi anni diviene una delle strutture più moderne e meglio attrezzate nel suo campo. A giovarsene è la diffusione degli scritti di Bartolo Longo e del Santuario, ma soprattutto sono i ragazzi di Pompei che lì imparano l’arte tipografica e trovano un’occupazione ben retribuita. In quegli stessi anni, sul versante delle opere sociali, Bartolo apre una scuola serale per insegnare varie attività artigianali, e poco dopo anche un asilo dove accogliere i piccoli figli dei contadini, costretti a trascorrere l’intera giornata nei campi. Iniziative moderne e ben condotte, che – unite al crescente movimento di pellegrini – accendono, grazie a Bartolo Longo, le prime scintille del fuoco che porterà Pompei, nei decenni successivi, a trasformarsi da povera valle agricola in cittadina di fama internazionale.

 

LA RIVISTA HA 120 ANNI
Nel 1895 si stampavano 72.000 copie della rivista Il Rosario e la Nuova Pompei e nel 1904, ben 120.000. attualmente, ha cadenza mensile ed è stampata in 252.000 copie, inviate gratuitamente in tutto il mondo. Dal 1984, anno del 1° centenario, ne viene pubblicata persino una versione inglese, bimestrale, con una tiratura di 17.500 copie a numero e nel 2004, in occasione del 120° anniversario, ha preso il via anche un’edizione in spagnolo, tenuto conto della grande devozione mariana dei milioni di cattolici che parlano questa lingua. Oltre a raccontare la vita del Santuario e a informare sul suo impegno di carità, ha rubriche fisse d’attualità e d’approfondimento teologico, biblico, morale, mariologico e sociale.

 

La copertina del primo numero de Il Rosario e la Nuova Pompei.

MATRIMONIO PER SALVARE LE OPERE

Mentre la costruzione del Santuario è ormai alla fase delle rifiniture, un’altra siepe di spine si erge sul cammino del fondatore e delle sue opere. Le maldicenze di chi non vede di buon occhio la straordinaria realizzazione di Pompei si concentrano sull’amicizia tra Bartolo e la contessa Marianna Farnararo, vedova De Fusco, da lui conosciuta a Napoli e subito divenuta tra le più impegnate sostenitrici del “miracolo” pompeiano. Qualche malalingua inizia a mormorare, le chiacchiere giungono alle orecchie di Bartolo e della contessa. Ambedue ne sono sgomenti: la loro è un’amicizia cementate esclusivamente dalla comune devozione per la Vergine e dall’entusiasmo pr tutto ciò che sta nascendo nella valle di Pompei. È però necessario mettere a tacere i pettegolezzi. Bartolo è dilaniato dal conflitto interiore: non intende allontanare da Pompei la sua principale benefattrice, ma non può nemmeno andarsene lui che è il cuore e il motore di tutto. L’unica soluzione è chiedere consiglio a Leone XIII, il papa che da anni segue e sostiene la missione dell’avvocato.

 


Ritratto di Bartolo Longo con la moglie Marianna Farnararo De Fusco

Bartolo e la contessa si recano a Roma e illustrano la situazione al Pontefice. Quest’ultimo chiede: “Lei, avvocato, è libero? La contessa è vedova? Dunque si risolva subito la questione: si sposino e nessuno potrà più parlare”. Un rimedio per certi versi ovvio, che entrambi – a quanto riferiscono i biografi – accettano in spirito di obbedienza, per difendere il futuro delle opere mariane. Lui, Bartolo, ha fatto in gioventù voto di castità; lei, la contessa, rimasta vedova a 24 anni, ha trascorso due decenni nel ricordo del consorte perduto, e non avrebbe certo intenzione di maritarsi adesso. Ma la scelta è praticamente obbligata: il 1° aprile 1885 si celebrano le nozze nella cappella dell’Arcivescovo di Napoli.

 

 

DALLA “NUOVA CITTA’” AL MONDO INTERO

Siamo ormai in dirittura d’arrivo. Il sogno di Bartolo Longo sta per concretizzarsi. In quella valle dove l’avvocato giunse anni prima scortato da uomini armati per evitare l’assalto dei briganti, in quella valle dove dominavano miseria e superstizione sta per essere inaugurato un grande tempio mariano, segno di fede e speranza di riscatto per la popolazione più indigente. Nel 1883 i lavori di edificazione vengono conclusi; è la volta degli abbellimenti, degli arredi interni, delle opere d’arte per offrire una degna sede alla devozione per la Madonna. Bartolo fa giungere dei marmi dai Pirenei, per creare una sorta di legame fisico, oltre che spirituale, con il Santuario di Lourdes. Ancora una volta la Provvidenza e i benefattori non abbandonano il futuro Beato: si calcola che per la costruzione del trono della Vergine siano giunte offerte da oltre millecinquecento città italiane e da un centinaio di città straniere.

 

Lavori per la sistemazione della piazzetta dinanzi al Santuario

L’8 maggio 1886 è il giorno fissato per la solenne incoronazione della Vergine di Pompei, ma l’epidemia di colera che colpisce la terra napoletana costringe a rinviare di un anno. L’8 maggio 1887 Pompei esulta: alla festa religiosa si unisce quella per l’inaugurazione della “nuova città”, sorta quasi come per prodigio intorno al nuovo Santuario. Chi conosceva il volto precedente della valle di Pompei resta sbigottito, e parla apertamente di miracolo: la chiesa è circondata da abitazioni, fabbrichette, cantieri, opere sociali, negozi. Una vera, nuova città sviluppatasi grazie alle iniziative di Bartolo Longo, che portano in questo angolo della provincia partenopea decine di migliaia di persone ogni mese. Era dai tempi della Pompei romana, distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., che questa valle non conosceva un simile fiorire di attività umane: i pubblicisti più entusiasti sottolineano con enfasi che la “nuova” Pompei cresce sulle rovine dell’antica città pagana, segnando un trionfo della fede anche sulla storia.

 

Lo scoprimento della facciata del Santuario di Pompei, 5 maggio 1901

Questi e altri sentimenti animano il cuore delle migliaia di fedeli che affollano il sagrato del santuario l’8 maggio 1887. Presiede le celebrazioni, in qualità di legato del Papa, il card. Raffaele Monaco La Valletta, assistito dal vescovo di Nola, Giuseppe Formisano, che veglia dall’inizio sulle opere pompeiane. Si recita all’aperto la Supplica composta da Bartolo Longo, la cui gioia – nell’assistere al compimento della promessa fatta a Dio e alla Madonna – è indescrivibile. All’improvviso si abbatte sulla folla un poderoso uragano primaverile, ma nulla può scalfire l’atmosfera di un giorno memorabile. Il momento culminante è quando il Quadro della Vergine del Rosario, incoronato solennemente dal Cardinale, fa il suo ingresso processionale nel tempio, e viene innalzato sul trono.

 

ACCANTO AL TEMPIO, I POVERI E LA PACE

Il Santuario è divenuto realtà: ma le aspirazioni di Bartolo Longo non si placano, così com’è inesauribile la febbre che lo spinge a progettare e realizzare sempre nuove opere. L’avvocato non sa rimanere insensibile di fronte alle mille emergenze della società meridionale di quel tempo, e si prodiga in tutti i modi possibili per alleviarle, dando prova di modernità a tratti sorprendente per l’Italia di fine Ottocento. Il 6 novembre 1886 si inaugurano a Pompei due asili, perfettamente rifiniti e dotati di tutto il necessario: accolgono ed educano i bambini prima costretti a vagare per le campagne, offrendo così un altro tassello all’opera sociale che Bartolo si è ripromesso di svolgere nella valle. Successivamente apre i battenti un piccolo ospedale, e “don” Bartolo riesce anche ad accelerare i tempi affinché Pompei abbia la sua stazione ferroviaria e il suo ufficio postale: nel primo caso offre i terreni necessari, nel secondo fa costruire a sue spese il locale. Nel 1887 fa costruire le case per gli operai che attendono alla costruzione del Santuario, primo esempio di edilizia sociale che preannuncia la Rerum Novarum, seguiranno, poi, un dispensario farmaceutico, gli uffici di Stato civile e la stazione dei Carabinieri.

 

Statua lignea di Bartolo Longo

Grazie ai suoi contatti con due grandi sacerdoti e insigni studiosi dell’epoca, padre Denza e padre Alno, nascono anche due centri scientifici destinati a un notevole sviluppo nel secolo successivo: un osservatorio meteorologico e uno geodinamico.
Altro esempio di questa concezione dell’impegno sociale come ovvia proiezione della fede è l’orfanotrofio femminile. Nasce gradualmente, grazie all’opera della contessa De Fusco, e quando cresce di dimensioni Bartolo pensa alla creazione di un nuovo ordine religioso femminile, che abbia il compito di occuparsi delle orfanelle, ma anche del Santuario e delle altre iniziative di carità. Vede così la luce, sulla base delle regole scritte dallo stesso Longo, la Congregazione delle Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei: l’erezione canonica è datata 25 agosto 1897. Secondo il pensiero del loro fondatore “esse hanno il Rosario per insegna, per difesa e per titolo” e si fanno portatrici dell’amore della Madonna per i ragazzi, soprattutto per quelli privi dell’affetto e del calore materno.
Ma il frutto forse più importante dell’opera sociale di Bartolo è l’istituto di accoglienza per i figli dei detenuti. Nasce nel 1891, come logica conseguenza di una fitta serie di contatti del fondatore del santuario con la realtà carceraria. Longo era riuscito a far entrare il suo giornale in moltissimi penitenziari, stabilendo un’intensa corrispondenza con centinaia di detenuti, tanto da scrivere “Solamente la Madonna di Pompei penetra in quegli stalli del vizio per convertire le anime, operando una vera risurrezione morale”. Ma il dramma umano della detenzione non coinvolge solo chi sta dietro le sbarre: moltissimi reclusi hanno moglie e figli, e – confidano nelle lettere a “don” Bartolo – il loro maggior cruccio è quello di pensare che i propri bambini, abbandonati a se stessi e privi di sostegno economico, finiscano inevitabilmente per percorrere le stesse orme dei genitori.

L’Orfanotrofio femminile inaugurato l’8 maggio 1887

È un problema serio, sul quale Bartolo comincia a riflettere. L’antropologia criminale di quegli anni sostiene con decisione la teoria dell’ereditarietà per i malviventi. L’avvocato Longo, convinto sostenitore del libero arbitrio insegnato dalla dottrina cristiana, è di avviso completamente opposto, e si rende conto che sarebbe possibile assicurare a quei ragazzi un futuro degno di questo nome, se si riuscisse a sottrarli all’ambiente di nascita garantendo loro un’accurata educazione. A far scoccare la scintilla per la realizzazione dell’opera è un dramma umano: una detenuta, in contatto epistolare con “don” Bartolo, muore di crepacuore quando apprende della fine del proprio bambino, nato in carcere e probabilmente indebolito dal periodo trascorso in cella con la madre.

 

L’istituto Bartolo Longo

Da anni Bartolo pensava alla creazione di un orfanotrofio maschile: questo episodio lo convince che è più urgente prendersi cura dei figli dei reclusi, di coloro che vengono resi “orfani” dalla giustizia. Ancora una volta annuncia i suoi propositi a Leone XIII, che lo incoraggia e lo benedice. Pubblica dunque su Il Rosario e la Nuova Pompei un lungo e memorabile scritto, intitolato “Voto del cuore”, in cui utilizza la propria formazione giuridica per perorare la causa dei figli dei detenuti. La sua tesi – impopolare e coraggiosa, vista l’epoca – è questa: i bambini che hanno uno o entrambi i genitori in carcere crescono privi dell’onore, additati al pubblico disprezzo, maturando dentro di sé propositi di rivalsa verso quella società che non li ha accolti al pari dei propri coetanei. Occorre dunque spezzare questa spirale che provoca altra devianza; e salvare i figli vuol dire anche sollevare i genitori dalla disperazione, poiché sapere che i propri bambini sono abbandonati a se stessi è ulteriore motivo di dramma per chi già vive l’esperienza della detenzione.
Il 29 maggio 1892 viene collocata la prima pietra dell’opera, i cui allievi, sei anni dopo, saranno più di cento. Facile immaginare il coro di critiche che l’opera suscita nella società “positivista” dell’epoca: c’è chi accusa Bartolo di aver creato a Pompei, accanto al Santuario, una culla di mini-criminali. Saranno i fatti a dar ragione all’avvocato: quasi tutti i suoi allievi approderanno a una vita normale da perfetti cittadini, alcuni svilupperanno anche la vocazione al sacerdozio, molti varranno adottati. Un primo, importante riconoscimento gli giunge dai partecipanti al congresso internazionale della stampa, convocato nel 1899 a Roma, i cui membri si recano un giorno a Pompei per una colazione. I giornalisti di tutto il mondo, osservando le realizzazioni di Bartolo e soprattutto constatando di persona i risultati ottenuti con i figli dei carcerati, pubblicano sui propri quotidiani e periodici commenti entusiastici sull’iniziativa e sul suo fondatore, apprezzato dai cattolici per il suo incrollabile spirito di fede, e dai laici per l’opera di promozione umana e sociale svolta in una delle terre più povere del Mezzogiorno. Il secondo e più importante riconoscimento, in questa materia, giunge dal congresso penitenziario internazionale di Parigi, che accoglie in pieno le sue “rivoluzionarie” teorie sulla possibilità di redimere i carcerati attraverso la fede e di offrire un destino migliore ai loro figli.

 

 

Bartolo Longo ricevuto in udienza da Papa Leone XIII

Nel 1894, convinto dell’importanza della musica nel percorso di crescita dei fanciulli, fonda, all’interno dell’Istituto, la B,da Musicale, che ancora oggi porta il suo nome ed è formata esclusivamente da giovani. Attualmente, conta circa ottanta elementi, tra ragazzi e ragazze dai dodici ai diciotto anni. La sua idea era quella di educare con la musica, inculcando l’amore per l’arte e stimolando, allo stesso tempo, lo spirito di collaborazione e di affiatamento.
L’impegno civile del futuro Beato investe anche lo scenario mondiale. Bartolo, convinto assertore della non-violenza, negli anni di passaggio dal diciannovesimo al ventesimo secolo vara una campagna pacifista su scala planetaria, abbinata alla costruzione di una nuova, imponente facciata per il Santuario. Attraverso il suo giornale e tutti gli altri canali utilizzabili, lancia un appello al mondo affinché si edifichi a Pompei un monumento alla “Regina della Pace” – uno dei titoli della Madonna – che testimoni il no di tutte le nazioni a qualsiasi tipo di conflitto. In quattro anni, raccoglie un milione di lire (somma elevatissima per l’epoca) e quattro milioni di firme, riunite in otto poderosi volumi dal titolo Plebiscito per la Pace Universale. La splendida facciata del tempio pompeiano è inaugurata il 5 maggio 1901, all’indomani della dichiarazione del Papa che eleva il Santuario al rango di Basilica Pontificia. Bartolo Longo fu anche invitato a partecipare al Congresso internazionale di Glasgow e i promotori di esso ne proposero la candidatura al premio Nobel per la Pace, edizione 1902. La giuria non gli assegna il riconoscimento per l’opposizione di alcuni componenti di ispirazione laicista, ma il Longo viene eletto membro della celebre Howard Association di Londra e socio onorario di molte società filantropiche in Europa e in America, a dimostrazione del livello di notorietà assunto dalla sua missione, partita da un’oscura valle campana.

 

 

La statua della Madonna posta in cima alla facciata del Santuario

In quello stesso periodo, si impegna nella divulgazione di testi di teologia favorevoli alla proclamazione del dogma dell’Assunzione, nella raccolta di voti e di petizioni nell’episcopato italiano ed estero e nella stesura personale di articoli e appelli. Nel 1902, invia al Congresso Mariano Internazionale di Friburgo copie del periodico contenenti documentazione a favore dell’Assunzione e alcuni volumi con i voti dei vescovi, teologi e fedeli di tutto il mondo. In quell’occasione, inoltre, invita i devoti della Vergine di Pompei, sparsi nel mondo intero, a mandare a ciascuno una cartolina di adesione al Congresso: ne arrivano ben ventimila, undicimila dall’Italia e novemila dall’estero. Nel suo testamento spirituale del 1913 scrive: “Dichiaro che l’ultimo respiro della mia vita voglio sia un omaggio per la definizione dogmatica dell’Assunzione di Maria in cielo”.

 

 

 

 

IL DONO ALLA SANTA SEDE

Nel 1893 Bartolo e la contessa offrono a Leone XIII il dono del santuario e di tutte le sue proprietà. Il Papa accetta l’anno successivo, ponendo le opere pompeiane sotto la giurisdizione della Santa Sede e nominando Raffaele Monaco La Valletta “Cardinale protettore” del santuario. Negli anni successivi, una complessa serie di vicende – caratterizzata anche da una virulenta campagna di calunnie contro il fondatore e la sua sposa – fa sì che Bartolo si spogli di ogni proprio avere trasferendo anche l’amministrazione del Santuario prima, e delle opere poi, alla Santa Sede. Il 20 febbraio 1906, sotto papa Pio X, viene istituita a Pompei la Delegazione pontificia che si occuperà delle opere e del Santuario, affidata a monsignor Augusto Silj.
Dopo la donazione, Bartolo – ormai sessantenne – aspira a un po’ di riposo, ma il Papa gli chiede di lavorare ancora a Pompei. Il commendatore accetta, tornando a lavorare da silenzioso gregario per il bene del monumentale complesso da lui stesso creato.
È ancora lui, l’entusiasta trascinatore della carità, a promuovere la raccolta di offerte che consente nel 1912 la posa della prima pietra del maestoso campanile del Santuario, inaugurato tredici anni dopo nel giubileo delle opere pompeiane. E c’è soprattutto un altro “voto del cuore” al quale Bartolo vuole dedicarsi: la creazione di un istituto per accogliere le figlie dei carcerati. L’ultima, grande iniziativa del futuro Beato parte nel 1921, con il pieno consenso di Benedetto XV all’ottantenne avvocato. Il 9 febbraio 1924 muore la contessa De Fusco, che specie in vecchiaia aveva visto acuirsi i lati più spigolosi del proprio carattere: malgrado ciò, chi conosce i coniugi Longo giura sulla loro costante sintonia e sul loro rispetto reciproco. L’anno successivo, Bartolo riceve da pio XI le insegne della Gran Croce del Santo Sepolcro, contemporaneamente conferite anche alla Regina d’Inghilterra.

BARTOLO LONGO, L’ASSUNTA E IL RICONOSCIMENTO PAPALE
L’impegno di Bartolo Longo perché Maria Vergine fosse dichiarata Assunta in cielo in anima e corpo si concretizza il 1° novembre 1950 quando papa Pio XII proclama solennemente il dogma dell’Assunzione di Maria. Nel 2000, durante le celebrazioni per il 50° anniversario, Giovanni Paolo II, riconoscendo l’impegno del Longo, ha detto, rivolgendosi alle migliaia di pompeiani presenti in piazza San Pietro: “Alla nostra lode hanno voluto unirsi oggi, in modo speciale, i fedeli di Pompei. La loro presenza ricorda che fu proprio il beato Bartolo Longo, fondatore della Nuova Pompei, ad avviare, nel 1990, il movimento promotore della definizione del dogma dell’Assunzione”.


Papa Pio XII

LA LUCE SI SPEGNE, IL CAMMINO CONTINUA

Dopo un anno trascorso nella natia Latiano, Bartolo torna a Pompei e riceve un’accoglienza trionfale. Il 4 ottobre 1925 le sue precarie condizioni non gli permettono di partecipare ai festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario dell’arrivo del Quadro. Il fondatore trascorre gli ultimi nove mesi di vita costretto a letto, sempre più stanco; tra le poche liete parentesi di questo periodo ci sono le visite del professor Giuseppe Moscati, insigne clinico napoletano e futuro Santo, la cui presenza completa il novero di “giganti della Chiesa” che in qualche modo hanno partecipato alla vita e alle opere di Bartolo Longo.
Il fondatore di Pompei rende l’anima a Dio il 5 ottobre 1926, all’età di 85 anni. Due giorni dopo un numero incalcolabile di persone partecipa alle esequie, mentre le sue spoglie mortali vengono deposte nella cappella del Sacro Cuore all’interno del santuario.

 

 


Dipinto raffigurante Bartolo Longo insieme ad alcuni bambini

L’OPERA CONTINUA

Bartolo Longo muore mentre si afferma la società di massa e attorno alla Valle di Pompei e al Santuario, voluto con trepidazione e con cocciutaggine da un laico, non c’è solo il problema della gestione della pietà popolare mariana, ma c’è un’ansia di carità che deve dare risposte a una società che cambia. Aveva portato la Madonna nel pieno delle tensioni sociali, aveva travalicato d’un balzo tutte le secche del sentimentalismo e del folklore. Aveva costruito la devozione attorno a un progetto. Aveva legato la fede in modo indissolubile alla carità. Insomma aveva inventato una convivenza nuova tra preghiere e opere, stringendo strettamente Chiesa e città, Santuario e territorio. E lo aveva fatto non senza incomprensioni. Sono due le parole che ritornano nelle analisi degli studiosi dell’opera di Bartolo Longo: creatività e audacia. Ed esse cominciano a diventare gravide di sorpresa dopo la morte, perché quelle opere da lui messe in piedi in vita si apprestavano a superare la prova dei segni dei tempi, si mettevano di fronte alla sfida degli anni. Riusciranno a tenere fede all’ispirazione pedagogica ed ecclesiale originaria?
Bartolo Longo era insieme un contemplativo e un missionario. Muore il 5 ottobre 1926 e due giorni dopo viene seppellito presso l’altare del Sacro Cuore. È il primo riconoscimento del fatto che non era un uomo come gli altri. Aveva una fede non comune. Sapeva difenderla e raccontarla. Sapeva farla diventare feconda, costruirla attorno a un modo nient’affatto pigro di affrontare la vita. Aveva un “forte senso della costruzione” ha scritto il professor Gabriele De Rosa, uno dei massimi studiosi del movimento cattolico in Italia. E quel modo di affrontare la vita, di proiettarsi nel futuro con progetti sicuramente arditi, quel gusto di risolvere problemi, di spaccare orizzonti culturali, di battersi, per dirla con una sola parola, dopo la morte viene messa alla prova. E l’originalità provocatoria delle opere di Bartolo Longo resiste e si sviluppa.

 

 

Lo stendardo esposto durante la cerimonia di beatificazione di Bartolo Longo

La sua è una storia di talenti: lui non si spreca e neppure vuole che altri lo facciano. Alla sua morte il Santuario mariano di Pompei deve fare i conti con questa intuizione e con queste scelte, ardite e precise. Bartolo Longo il 26 ottobre 1980 ottiene, in piazza San Pietro, il riconoscimento da parte della Chiesa con la beatificazione. E si tratta di un riconoscimento non solo di fede, ma anche giuridico e istituzionale. Coinvolge la sua figura, ma anche tutta la sua opera. Eppure il primo riconoscimento arriva mentre è ancora in vita, seppur per pochi mesi. L’8 maggio 1926 (Longo morirà da lì a cinque mesi) la Delegazione Pontificia di Valle di Pompei viene elevata a Prelatura nullius, cioè direttamente soggetta alla Santa Sede, e Monsignor Carlo Cremonesi, che ne era già Delegato Pontificio, ne diventa anche Prelato. Per Bartolo Longo è un successo e anche una consolazione: l’assetto giuridico del Santuario e delle opere annesse è completo e definitivo.
Bisogna partire da qui per capire il senso della Nuova Pompei che Bartolo Longo aveva costruito e ora, alla sua morte, correva nel mondo e nella Chiesa senza più la cura e la pazienza del fondatore.
Tutte le sue opere adesso andavano portate avanti. E i primi vescovi prelati ne hanno ben coscienza, insieme agli amici, ai collaboratori, ai ragazzi di Bartolo Longo. Non era facile gestire la pietà mariana, in un certo senso il devozionalismo popolare, e la carità, cioè le opere legate alla terra, tenere insieme efficienza, cultura e tradizioni. Questa è stata, ed è la sfida vera di Pompei. Quando Bartolo Longo muore, quella sfida si spalma su una società che tende a diventare di massa e dove le opere sociali non sembrano solo più patrimonio dei cattolici. La carità diventa così moderna, misurata, si confronta con altre ideologie, ricomprende insomma l’antica tradizione della pietà popolare meridionale dentro nuove forme di aiuto ai poveri.

 

 

TREDICI DELEGATI DEL PAPA
Con il Breve Pontificio Quotquot religionis papa Leone XIII pone il Santuario sotto la protezione della Santa Sede e nomina il cardinale Raffaele Monaco La Valletta protettore del Santuario. È il primo dei 13 prelati pontifici che guideranno il Santuario. La Valletta viene sostituito alla sua morte nel 1896 dal cardinale Camillo Mazzella, al quale nel 1900 succede il cardinale Giuseppe Prisco. Il primo prelato che ha il titolo di “Delegato Pontificio” è monsignor Augusto Silj, nominato nel 1906 e creato cardinale nel 1919. Morì nel 1926 e al suo posto fu nominato monsignor Carlo Cremonesi. Silj è l’ultimo cardinale prelato. Cremonesi si dimette nel 1928 e al suo posto viene nominato monsignor Antonio Anastasio Rossi, che muore vent’anni dopo. Gli succede monsignor Roberto Ronca fino al 1955. Per due anni la Prelatura di Pompei viene guidata da monsignor Giovanni Foschini. Nel 1957 viene nominato monsignor Aurelio Signora, che governa per 21 anni, quando nel 1978 viene sostituito da monsignor Domenico Vacchiano che accoglie il Papa il 21 ottobre 1979 ed è presente a Roma, nel 1980, alla beatificazione di Bartolo Longo. Dal 1990 al 2001, arcivescovo di Pompei è monsignor Francesco Saverio Toppi, che lascia il posto a monsignor Domenico Sorrentino. Infine, il 5 novembre 2003 viene nominato vescovo-prelato e Delegato Pontificio monsignor Carlo Liberati.

 

 

LA PREGHIERA
Forse è la forza della preghiera di Pompei che evita alle opere di Bartolo Longo di non finire con la sua morte, di non dissolversi e di superare la sfida della società di massa. Il progetto è ben attrezzato, ha solide radici nella pastorale e nella preghiera. Perché si capisce subito che a Pompei non avrebbe senso un Santuario senza la formazione e l’educazione dei fanciulli, senza la cura degli orfani, senza la scelta di tenere vicini alla vita i figli dei carcerati. Gabriele De Rosa scrive che “l’opera di Bartolo Longo esce da quella pigrizia devozionalistica nella quale si manteneva molto spesso la plebe meridionale; sembrava una sfida ai modi tradizionali della gestione passiva, rassegnata, miracolistica del sentimento al divino”.

 

 

L’OSPIZIO PER LE FIGLIE DEI CARCERATI

Per piangere non c’è tempo. Bartolo Longo muore il 5 ottobre 1926 alle 8 del mattino. Il 17 ottobre viene inaugurato il nuovo “Ospizio Femminile per le figlie dei carcerati” dietro il campanile del Santuario. È la risposta della fede, è la dimostrazione della fecondità della morte, l’investimento dei talenti del Vangelo, la vita prodotta dal chicco di frumento. È la notizia più bella del dinamismo di Bartolo Longo.
In un piccolo spazio di territorio, staccato per volontà pontificia dalla diocesi di Nola, convivono la Prelatura e il Santuario, distinti tra loro, che insieme operano a favore sia di quella che potrebbe essere chiamata “l’utenza religiosa”, sia delle opere sociali. E sanno che senza preghiera nessuna opera sociale sta in piedi, secondo quanto aveva insegnato in vita Bartolo Longo che nella Grazia per intercessione della Madonna aveva una fiducia senza limiti.

 

 

Bartolo Longo offre nel 1893 il Santuario a Leone XIII

Sono tante le comunità religiose che passano da Pompei. Prima i Domenicani, poi i Redentoristi, poi dal 1985 gli Orionini. Poi ci sono i Francescani, ma altri ordini sono presenti, dai Gesuiti ai Carmelitani, ai Passionisti. Nelle scuole i Barnabiti e i Fratelli delle Scuole Cristiane. Pompei è dunque anche l’immagine della collaborazione pastorale dei carismi nella Chiesa. Negli anni Trenta si raggiunge probabilmente, secondo le fonti storiche e secondo i documenti degli archivi di Pompei, la maggiore efficienza e forse il massimo dell’organizzazione.

 

 

BREVE GUIDA DEL SANTUARIO

Il Santuario è stato costruito in tempi diversi. L’originale basilica, eretta tra il 1876 e il 1891, su progetto del professor Antonio Cua dell’Università di Napoli, misurava 420 mq, a croce latina, con una sola navata. Tra il 1934 e il 1939 il Santuario è stato ingrandito, sempre a croce latina ma con tre navate. Il progetto di ampliamento fu fatto dall’architetto e sacerdote, Monsignor Spirito Maria Chiappetta che ne diresse anche i lavori. Le due navate minori, che hanno tre altari per ogni lato, si prolungano sin dietro l’abside in un ambulacro arricchito da quattro cappelline semicircolari. L’insieme delle costruzioni è armonizzato da strutture contrastanti, in perfetto equilibrio di masse, studiato in modo da non subire effetti di spostamento per qualsiasi causa. L’interno, di 2.000 mq, può accogliere circa 6.000 persone. La cubatura è di 40.000 metri.

 

 

LA FACCIATA

La Facciata, eretta come monumento alla Pace Universale, è costruita a doppio ordine, con portico a tre arcate, su modello delle basiliche romane, in travertino del monte Tifate, presso Sant’Angelo in Formis (CE). Su progetto dell’architetto Giovanni Rispoli, di Napoli, la costruzione fu iniziata il 15 maggio 1893 e inaugurata il 5 maggio 1901.
L’ordine inferiore del monumento è in stile ionico, con quattro colonne binate di granito rosa, lucidate a specchio nel corpo centrale, e capitelli marmorei sui pilastri delle arcate. Tra i due ordini corre un fregio di granito con la scritta in bronzo: virgini ss. Rosarii dicatum. L’ordine superiore è in stile corinzio con colonne binate di granito grigio, cornicione e timpano di mensole scolpite. Al centro si apre la Loggia Papale, ornata da due colonne in granito di Finlandia, adoperate per la prima volta in Italia e provenienti dall’esposizione di San Pietroburgo. A coronamento del finestrone della loggia, un angelo di bronzo, e più in alto lo stemma marmoreo di Leone XIII. La facciata culmina con la statua della Vergine del Rosario, opera di Gaetano Chiaromonte, ricavata da un solo blocco di marmo di Carrara, del peso di 180 quintali, alta 3,25 m, sotto la quale sono poste le scritte PAX e MCMI.
In corrispondenza dei due finestroni laterali, in due tondi, sono posti un orologio elettrico a sinistra e una meridiana sulla destra.
Nel pronao della Basilica si aprono quattro nicchie con le statue dei beati Luigi Guanella (di Arnaldo Gelli – 1968) e Ludovico da Casoria (di Arnaldo Gelli – 1970), e dei santi Francesca Saverio Cabrini (di Domenico Ponzi – 1971) e Leonardo Murialdo (di Domenico Ponzi – 1970).

 

 

LA PIAZZA

Davanti al santuario, e di proprietà comunale, si estende la piazza Bartolo Longo, realizzata fin dal 1929 con l’abbattimento delle case che vi sorgevano, tra cui quella dello stesso Longo. Il sagrato è pavimentato con cubetti di porfido, il giardino è stato risistemato in occasione della visita di Giovanni Paolo, il 7 ottobre 2003. Al centro vi è una fontana e tutto intorno prati con diverse specie di alberi. Nell’angolo sud-est c’è il Monumento a Bartolo Longo, dello scultore Domenico Ponzi, inaugurato nel 1962 da Antonio Segni, allora Presidente della Repubblica.

 

 

Veduta della piazza Bartolo Longo e del campanile

Dal lato opposto del giardino si trovano il busto bronzeo dello storico Ludovico Pepe, amico di Bartolo Longo, il monumento ai Caduti e il monumento all’11 settembre. Alla sinistra del Santuario il palazzo della Delegazione Pontificia, davanti al quale è sistemato il bassorilievo bronzeo del Maestro Roberto Joppolo, Maria Madre del Rosario e Madre della Pace, donato da Giovanni Paolo II al Santuario, il 7 ottobre 2003.

 

 

IL CAMPANILE

Richiama il modello tradizionale delle torri campanarie. Architetti, direttori dei lavori, disegnatori delle campane, portale e angeli, furono il Servo di Dio Aristide Leonori di Roma e il fratello Pio. All’esterno è di granito grigio con elementi di marmo bianco, e all’interno di mattoni pressati. Un’armatura metallica a castello sostiene una scala di ferro di 360 scalini su 36 rampe, realizzato in stile corinzio e composito: cinque ordini architettonici rastremati dal basso verso l’alto, raccordati da colonne lucidate a specchio.
La porta frontale è di bronzo, reca in altorilievo la scena dell’apparizione del Sacro Cuore di Gesù a Santa Margherita M. Alocoque. Sui piedistalli del terzo ordine, si stagliano quattro angeli trombettieri in bronzo. Nella nicchia al centro, del quarto ordine, la statua in marmo di Carrara del Sacro Cuore, alta 6 m. le scritte: VENITE AD ME OMNES e CORDI JESU ANNO IUBILAEI MCMXXV, come le quattro fiamme agli angoli sono di bonzo dorato a fuoco. Il monumento è coronato da una cupola, sormontata da una croce gemmata in rame e bronzo, alta 6 m, benedetta da Pio XI, prima del trasporto a Pompei. 80 m d’altezza, fu costruito tra il 1912 e il 1925. Nel campanile trovano posto 8 campane.

 

 

Il campanile con i quattro angeli trombettieri

A seguito dei danni subiti dal terremoto del 1980 furono eseguiti alcuni lavori di restauro e di consolidamento dal 1986 al 1988. Dalla porticina posteriore del campanile si sale al belvedere con l’ascensore, da dove si ammira il panorama.

 

IL GIARDINO
Nel giardino di 1.500 mq, a destra del Santuario, si trovano il monumento a san Massimiliano Maria Kolbe (nella foto), i busti bronzei di san Giuseppe Marello e di san Luigi Orione e uno dei cinque angeli (opera del Cepparulo) che erano sul trono originario della Madonna.

IL SANTUARIO

 

L’ORGANO E LA CANTORIA
Entrando in Santuario dalla porta centrale si passa sotto la Cantoria, opera dell’architetto Giovanni Rispoli, con bellissime sculture e intaglio in oro zecchino, sorretta da quattro colonne di marmo verde chiazzato di rosso e capitelli di marmo, sotto la quale si possono ammirare i dipinti di Vincenzo Paliotti, con santa Cecilia, patrona della musica, e gruppi di angeli musicanti.

 

 


L’organo

L’organo Ecclettico Sinfonico attuale è stato realizzato nel 1949 dalla ditta Vincenzo Mascioni di Cuvio (VA) e ha sostituito quello originario, costruito dalla ditta del Cavaliere Pacifico Inzoli di Crema (CR), e inaugurato il 18 maggio 1890. Si compone di due nuclei: uno sopra l’ingresso e uno nella cupola. Le tre tastiere hanno un’estensione di 61 tasti ciascuna, e la pedaliera è composta da 32 pedali e 87 registri sonori, 6.000 le canne, 6 combinazioni aggiustabili e 5994 memorie prepara bili. La trasmissione del suono tra la consolle e i corpi fonici avviene con un sistema radio codificato che ha sostituito il precedente elettrico. Due elettroventilatori forniscono l’aria sufficiente per alzare i 20 mantici regolatori della pressione d’aria necessaria.

 

 

LA NAVATA CENTRALE
All’ingresso sono sistemate due acquasantiere in marmo. Sulla parete di fondo sono apposte due lapidi in marmo, una in italiano e una in latino. Nel soffitto della navata centrale campeggia l’affresco del Paliotti (1888) che rappresenta l’Incoronazione della Vergine con festoso omaggio di angeli e di patriarchi, profeti e donne bibliche. Sulle quattro lunette dei finestroni laterali sono dipinti san Francesco sant’Agostino, san Benedetto e san Domenico, mentre nell’intermezzo dei finestroni sono effigiati san Paolino da Nola e san Pio V.


Particolare del soffitto della navata centrale

Un riquadro con lo stemma di Bartolo Longo e quello del vescovo Antonio Anastasio Rossi e la scritta A.D. MCMXXXVIII segnano il limite dell’originario Santuario. Alle pareti, i monumenti in bronzo di Bartolo Longo, a sinistra, e della contessa, a destra, opera di Antonio Giuseppe Tonnini. In basso sono inseriti quattro confessionali in legno, realizzati dai napoletani Vincenzo Trudi e Luigi Bellavita.

 

 

LE NAVATE LATERALI
Le navate laterali hanno tre altari per lato: da sinistra, il primo è dedicato a san Vincenzo Ferreri, santa Margherita M. Alocoque e san Tommaso d’Aquino. A destra, a san Domenico di Guzman, san Francesco d’Assisi e sant’Alfonso M. de’ Liguori. Nel catino vi sono ricchi mosaici con i misteri del Rosario, eseguiti dalla Scuola del Mosaico Vaticano, diretta dal professor Cassio e dal commendator Biagetti, su cartoni del professor Fermo Taragni.

LA CUPOLA
Fiancheggiata a capocroce da quattro cupolini, la cupola si compone di due tamburi sovrapposti: l’inferiore è terminato da una calotta forata al centro, il superiore è traforato da finestroni e coperto da oppia cupola con cupolino. Data l’anomalia delle due sfere sovrapposte, Angelo Landi superò i problemi che gli si presentavano per le decorazioni con il doppio affresco, completamente staccato dal resto della chiesa, La visione o sogno di san Domenico, raffigurante la Vergine che fa del Rosario una mistica catena e accoglie sotto il suo manto santi e fedeli. Nella calotta inferiore domina san Domenico con attorno una folla di angeli osannanti al suono di strumenti musicali e di santi domenicani.
Lungo il tamburo che fa da base alla composizione, in ordine descrittivo: Pio X e Leone XIII, un gruppo di orfanelle, i vescovi Antonio Anastasio Rossi e Vincenzo Celli, il fondatore Bartolo Longo con gruppi di figli e figlie di carcerati, Pio XI e Pio XII, una simbologia della carità e due angeli che reggono lo stemma di Pio XII.
L’azione che nell’affresco della calotta inferiore appare statica e riposante, in quella superiore diventa potente e suggestiva. La Regina del Rosario trionfa e nel volo verso Dio spiega il manto come un’immensa vela, e nel suo turbine sono attratti verso di lei cherubini e serafini, schiere di religiosi e religiose e terziari dell’ordine domenicano, tra cui Simone di Monfort, vincitore degli eretici Albigesi, recante il vessillo delle Crociate.

 

 

Affresco dell’Assunzione di Maria

Sotto il cornicione della cupola si legge: IN ME GRATIA OMNIS VIAE ET VERITATIS, IN ME OMNIS SPES VITAE ET VIRTUTIS. Nei pennacchi dei quattro pilastri, gli affreschi dei quattro Evangelisti e quattro mosaici allegorici.
Nelle quattro campate della cupola vi sono affreschi, in cornici tonde, che riproducono fatti salienti della storia del Santuario. A nord, Leone XIII con l’enciclica sul Rosario. A ovest, Bartolo Longo che offre a Leone XIII il Santuario. A est, il dono delle Opere di Bartolo Longo a Pio X. A sud, la processione del Quadro in occasione del 50° anniversario dell’arrivo a Pompei. Negli archivolti, medaglioni con vari santi. Nella crociera trovano posto gli altari, a sinistra, di san Michele Arcangelo e, a destra, di san Giuseppe, speciali protettori del Santuario. Le otto lunette accanto alle porte della crociera sono tappezzate da migliaia di ex voto in argento e oro. Nell’arco maggiore, incastonata nel mosaico, l’invocazione: REGINA SACRATISSIMI ROSARII ORA PRO NOBIS.

IL TRONO E L’ALTARE
Il trono fu costruito nel 1887. Nel 1937 fu trasferito nell’attuale sede e inaugurato il 6 maggio 1939. L’altare maggiore si eleva su una predella marmorea di cinque gradini. Sotto la mensa, tra colonnine di rosso fulvo e capitelli di bronzo dorato, il mosaico a fondo d’oro rappresentante il Mistico Agnello; ai lati gli stemmi di Bartolo Longo e della contessa de Fusco. Davanti, un altare in vetro di Murano, realizzato dall’architetto Renato Renosto. Sul gradino – alzata poggiano sei candelieri dorati appoggiati su base in bronzo rappresentanti teste di cherubini, opera di Salvatore Cepparulo. Su un’identica base poggia anche un crocifisso in bronzo, della ditta Alfano di Napoli, posto al centro dei sei candelieri.

 

 

L’altare maggiore

Il ciborio, su modello di un tempietto classico, è ricco di marmi e metalli preziosi: ai quattro lati due colonne binate di colore rosso; sulla facciata due mensole reggono le statuette in bronzo patinato di san Pietro e san Paolo. La porticina della custodia rappresenta la scena di Gesù nel Cenacolo. La copertura del ciborio è formata da un cornicione corinzio in bronzo dorato, con fregio diasprino, sormontato da un attico a balaustra dorata. Negli otto angoli, sporgenti dalla balaustra, sono collocate otto statuine di bronzo di Santi e Dottori della Chiesa. Sopra un tamburo circolare si erge la cupola, ripartita a costoloni cesellati e con intermezzi lavorati a traforo. Corona l’opera un lanternino, con colonnette opali, coperto da una calotta a smalto, sormontata dalla Croce. L’interno del ciborio è in oro massiccio.
Il trono si eleva da un’ampia base di marmo grigio e festoni di marmo bianco, fiancheggiato da due angeli di bronzo del Cepparulo e da quattro colonne di marmo, delle marmerie di Bagneres de Bigorre, presso Lourdes. Le basi e i capitelli sono in bronzo.

 

 


Il ciborio

Il pavimento del presbiterio forma un tappeto a disegni di marmo rosso chiazzato e sagomato da un filo di tessere da mosaico. Le due lampade nel presbiterio, in bronzo, sono del napoletano Vincenzo Catello. Il presbiterio, elevato su tre gradini, è circondato da una balaustra in marmo con colonnine e quattro cancelli.
Le cinque statue del cancello centrale, in argento massiccio, rappresentano, da sinistra, la Carità, la Speranza, la Religione, la Purità e la Fede; sulle volute terminali del frontone a sinistra la Giustizia e a destra la Fortezza. Sullo zoccolo di base, in quattro nicchie circolari e una rettangolare, sono rappresentati il Mistico Agnello e, da sinistra, i simboli degli Evangelisti: Marco, Matteo, Luca e Giovanni.
Due colonne monolitiche di cipollino antico sostengono l’arco maggiore. Le otto colonne circondano il presbiterio,separandolo dal resto del tempio, sono di marmo, e sono sormontate da capitelli di Carrara di finissima fattura e da pulvini in Botticino sui quali poggiano gli archi della volta dell’abside. È adornata da affreschi e mosaici della scuola d’arte dei Carmini a Venezia, diretta da Romualdo Scarpa (1969), che hanno sostituito gli affreschi con angeli e festoni del 1938 dei professori Arzuffi, Marigliani, Bertacchi e Donati (rimossi perché danneggiati da infiltrazione di umidità).
Un ricco fregio, pure a mosaico, raffigura le donne dell’Antico Testamento tra Angeli e Santi. Nella volta, l’Assunzione di Maria al Cielo, di Fermo Taragni. A sinistra lo stemma di Pio XI e a destra quello di Bartolo Longo. Dietro l’altare vi sono quattro cappelline dedicate, da sinistra, a santa Rosa da Lima, san Giovanni Battista de la Salle, sa Pio V e santa Caterina da Siena.

 

 

L’ICONA DELLA BEATA VERGINE DEL SANTO ROSARIO
L’icona della Beata Vergine del Rosario di Pompei (140-100 cm) presenta l’immagine della Madonna in trono con Gesù in braccio; ai suoi piedi, san Domenico e santa Caterina da Siena. La Vergine reca nella mano sinistra la corona del Rosario che porge a santa Caterina, mentre Gesù la porge a san Domenico. È racchiusa in una cornice di bronzo dorato incastonata su di un fondo di onice, sul quale spiccano i tondi con i 15 misteri del Rosario, dipinti da Vincenzo Paliotti, contornato da riquadro a specchi di malachite e lapislazzuli. Giorno e notte, oltre alle candele, vi ardono 15 lampade a olio, d’argento, a forma di rosa.
L’Icona fu data a Bartolo Longo da suor Maria Concetta De Litala, del convento del Rosariello a Porta Medina di Napoli. La religiosa l’aveva avuta in custodia da padre Alberto Radente, confessore del Beato. Arrivò a Pompei il 13 novembre 1875 affidata dal Longo al carrettiere Angelo Tortora che, dopo averla avvolta in un lenzuolo, l’appoggiò su di un carro di letame.
Il quadro necessitava di un restauro, che fu immediatamente eseguito da Guglielmo Galella. Fu posto alla venerazione dei fedeli soltanto il 13 febbraio 1876. Nello stesso giorno, a Napoli, avvenne il primo miracolo per intercessione della Madonna di Pompei, alla dodicenne Clorinda Lucarelli. In seguito, Bartolo Longo affidò l’icona al pittore napoletano Federico Maldarelli per un ulteriore restauro, chiedendogli di trasformare santa Rosa in santa Caterina da Siena.

 

 


L’immagine della Beata Vergine contornata dai 15 Misteri del Rosario

Nel 1965 fu effettuato l’ultimo restauro, in maniera scientifica, al Pontificio Istituto dei padri Benedettini Olivetani di Roma, durante il quale, sotto i colori sovrapposti nei precedenti interventi, furono scoperti i colori originali che svelarono la mano di un valente artista della scuola di Luca Giordano. Al termine del restauro, il 23 aprile 1965, il quadro fu incoronato da Paolo VI nella Basilica di San Pietro.

LA CRIPTA
A sinistra e a destra dell’altare maggiore si aprono due porte artistiche, dell’intagliatore ebanista napoletano Vincenzo Trudi, su disegno dell’architetto Giovanni Rispoli (1891). Da entrambe si accede alla cripta della Basilica, realizzata durante i lavori di ampliamento degli anni Trenta. Al centro un altare, con dipinti murali eseguiti da Mario Casaril (1966). A sinistra dell’altare, sul pavimento, c’è la tomba di suor Maria Concetta De Litala, che consegnò il quadro della Madonna a Bartolo Longo; a destra, la tomba della contessa Marianna de Fusco e un suo busto realizzato dallo scultore Domenico Paduano; accanto, la tomba di padre Alberto Maria Radente, confessore del Beato e primo rettore del Santuario; sul retro, le tombe dei vescovi Vincenzo Celli, Giuseppe Formisano e Antonio Anastasio Rossi.

 

 

L’altare della cripta

Nel deambulatorio della cripta è sistemata la Via Crucis in terracotta, opera del Mastroianni, dono del beato padre Ludovico da Casoria il 17 marzo 1884. Sul lato destro, il Crocifisso e l’Addolorata, statue appartenute a Bartolo Longo. Sul lato sinistro della cripta, un’altra cappella, che dal 1983 al 2000 ha accolto l’urna con i resti mortali del beato Bartolo Longo. Attualmente, è utilizzata per le celebrazioni dei fedeli ucraini immigrati in Campania.

 

 

LA CAPPELLA DEL BEATO BARTOLO LONGO
La cappella dedicata al beato Bartolo Longo è adiacente al Santuario; è stata realizzata durante i lavori per il Grande Giubileo del 2000, di forma quadrata, 360 mq, con il soffitto in cemento armato sagomato. Sotto l’altare è posta l’urna con le spoglie del Beato. Egli è raffigurato in un simulacro di resina, all’interno del quale sono posti i suoi resti mortali. La testa e le mani, in argento, sono state realizzate dall’argentiere Francesco Scarmigliati di Roma. Il simulacro è rivestito con un abito nero e il mantello dei Cavalieri dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, al quale Longo apparteneva.

 

 


Il simulacro del Beato Bartolo Longo

LA CAPPELLA DELLE CONFESSIONI
Di fronte alla cappella del Beato ci è la Cappella delle Confessioni, realizzata anch’essa durante i lavori per il Giubileo. Vi sono trenta confessionali in legno di ciliegio, che, insieme alle più moderne tecniche di insonorizzazione, consentono sia una confessione riservata, sia il contatto aperto tra confessore e penitente. Vi sono anche tre confessionali per la confessione dei disabili. Un’ampia vetrata si apre verso un giardino interno, con al centro il gruppo bronzeo della Deposizioni di Gesù, opera dello scultore Francesco Pesce, di Accettura (Pz).

 

 


Particolare della Cappella delle Confessioni

LE ALTRE CAPPELLE
Adiacenti al Santuario vi sono altre cappelle, utilizzate per le celebrazioni dei sacramenti e per l’accoglienza dei pellegrini. La cappella dello Sposalizio di Maria è abbellita dal graffito che rappresenta i matrimoni tra Giuseppe e la Madonna, e tra Bartolo Longo e la contessa de Fusco, opera di Mario Casaril (1969). La cappella Beata Vergine del Rosario ha sull’altare una copia del quadro della Madonna. La cappella san Giuseppe Moscati misura 200 mq e nell’abside presenta un affresco del Santo assieme a Bartolo Longo, realizzato dal maestro Ciro Adrian Ciavolino.

 

 

LA SACRESTIA
È sistemata dietro il trono della Madonna. Vi si accede attraverso un vano nell’abside. In questo breve corridoio, sulla sinistra, una pregevole terracotta fiorentina in memoria di Matteo Della Corte; sulla destra, una lapide che ricorda il primo centenario di fondazione dell’Ordine delle Figlie del Santo Rosario di Pompei. Sulla parete di fronte, il monumento di san pio X, opera di Domenico Ponzi. Nell’interno della sacrestia, quattro medaglioni raffigurano i Dottori della Chiesa: san Giovanni Crisostomo, sant’Ambrogio, san Giovanni Damasceno, san Bernardo, del pittore Fermo Taragni da Bergamo (anno 1937-1938). Fino al 1971 la sacrestia era posta a sinistra del Santuario, in un locale dove adesso si trovano una statua lignea del beato Bartolo Longo, opera dello scultore altoatesino Gregor Mussner, un prezioso lavabo in marmo con la scritta: MUNDI ESTOTE – MDCCCLXXXVII e un quadro di san Girolamo. Attraverso una porta di collegamento, si accede al Santuario. In questo piccolo corridoio vi è incastonata nel muro una “Acquasantiera” di finissimo marmo di Carrara, ornata dal bassorilievo dell’Agonia di Gesù nell’orto, donata al Santuario dallo scultore Paolo Ricci di Fiesole. Nella parte superiore siede l’Eterno Padre benedicente, mentre con la sinistra sorregge il globo. Intorno la scritta: IN NOMINE PATRIS ET FILII ET SPIRITUS SANCTI. Di fronte, una lapide marmorea incastonata sulla parete a ricordo dell’architetto Antonio Cua.

 

 

IL MUSEO
Dal corridoio est, attraverso una scala, si scende al Museo dove sono esposti oggetti preziosi pervenuti in dono al Santuario, tra cui vasi e statue cinesi, calici, pissidi, ostensori, gioielli, piatti, porcellane artistiche, cristalli, armi, medaglie e statue. Al centro della scala un artistico presepe napoletano con pastori dell’Ottocento.

CORRIDOI
I vari locali adiacenti il Santuario sono divisi da quattro grandi corridoi, dove trovano spazio alcuni dei numerosi ex voto del Santuario. Si tratta di dipinti, composizioni, oggetti, fotografie o testi. Ce ne sono di tutti i tipi, antichi e moderni, preziosi e semplici. Tra i dipinti molti sono di pregevole fattura. Nel corridoio est, all’uscita dalla cappella del Beato, sono esposti, uno di fronte all’altro, due grandi quadri che racchiudono tredici pannelli, realizzati dal maestro Franco Gracco, nei quali è narrata la storia di Bartolo Longo. Sulle pareti del corridoio nord si trovano invece preziosi stendardi, e a ovest c’è una statua di san Giuseppe e, di fronte, alcune statue romane (ritrovate durante gli scavi e in custodia del Santuario) a sottolineare il forte legame tra l’antica e la nuova Pompei. A seguire, un dipinto di san Raimondo di Penafort, e quattro quadri che rappresentano il forte legame tra il Santuario e papa Leone XIII.

 

IL TEATRO E IL PRESEPE
Nel Centro educativo “Bartolo Longo”, in via Sacra, la strada che dalla stazione conduce al Santuario, vi sono il Teatro “Di Costanzo – Mattiello”, ristrutturato nel 1992, capace di accogliere circa 500 posti, e il monumentale Presepe che si estende su una superficie di circa 1.500 mq. Nel 2000, nel cortile, è stato posto un monumento dello scultore Romano Cosci di Pietrasanta che rappresenta Bartolo Longo e fratel Adriano di Maria, assieme a un ragazzo.

 

IL PIAZZALE GIOVANNI XXIII
Entrando dal grande cancello posto su via Roma si può ammirare, sulla sinistra, il gruppo scultoreo in bronzo realizzato dal maestro Carmelo Conte di Latiano (Br) che rappresenta il carisma pompeiano: il fondatore, le Opere e, simbolicamente, la promozione del Rosari. Proseguendo all’interno del cortile, sempre sulla sinistra, si apre il piazzale Giovanni XIII, al quale si accede anche attraverso i corridoi del Santuario. Ai quattro angoli prati e alberi, al centro, la statua del Papa Buono, di Domenico ponzi, posta su una piattaforma con rivestimento di manufatto cementizio a imitazione di pietra lavica. Nei viali si trovano le stazioni della Via Crucis, dello stesso Ponzi, e quelle della Via Lucis, realizzate dal maestro Giovanni Dragoni. Nei giardini sono stati sistemati due angeli del Cepparulo (già sul trono della Madonna), mentre altre sculture in bronzo ornano i cancelli d’ingresso.

 

LA CASA DEL PELLEGRINO
Di fronte al Santuario, oltre la piazza, sorge la Casa del Pellegrino, per l’accoglienza dei fedeli. Al piano terra, ampi saloni per pasti al sacco e servizi. Al primo piano, sale per convegni ed esposizioni, con impianti audio e video. Alle spalle, durante i lavori per il Giubileo, è stato allestito un Ostello per la Gioventù.

 

IL VILLINO DI BARTOLO LONGO – IL MUSEO VESUVIANO
A poca distanza dal Santuario, in via Colle San Bartolomeo, si trova il Villino, una palazzina neoclassica degli inizi del ‘900, abitazione di Bartolo Longo, oggi adibito a Museo. Al piano terra si trovano la camera da letto e lo studio del Beato insieme a suppellettili e oggetti personali. Mentre al piano superiore si può visitare il Museo Vesuviano dove sono esposte stampe antiche e moderne che riproducono le eruzioni del Vesuvio dal 1631 al 1944, nonché campioni di minerali e prodotti vulcanici. È quanto resta dell’antico Osservatorio Vesuviano voluto dal Bartolo Longo nel 1890.

 

La camera da letto di Bartolo Longo

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