“Costruite le vostre case alle pendici del Vesuvio!”

di Umberto Pappalardo

Direttore
Centro Internazionale Studi Pompeiani
POMPEI

 

I miti più antichi dell’area vesuviano-flegrea ebbero per sfondo la natura vulcanica della regione e furono spesso collegati all’aldilà, ad esempio il lago d’Averno fu collegato con l’Ade. E’ qui che i Giganti, sconfitti dagli dei olimpici e imprigionati, lanciavano, nel tentativo di liberarsi, massi contro il cielo che scuotevano la terra. Così Tifone, il gigante ribelle agli dei, il cui corpo in decomposizione emanava fiamme e odori di zolfo, giaceva sotto l’isola d’Ischia, sconvolta e abbandonata a seguito di un’eruzione avvenuta nel V secolo a.C. I primi abitanti della zona sarebbero stati i Címmeri, che vivevano in case sotterranee e si sostenevano sottraendo metalli alle viscere della terra, mentre sulle coste vivevano i Lestrigoni, i mostri giganteschi che lanciarono macigni contro le navi di Odisseo.

Malgrado queste leggende già gli antichi, dinanzi al Golfo di Napoli,  con il Vesuvio da un lato ed il mare dall’altro, furono consapevoli di trovarsi davanti ad uno degli scenari più suggestivi del Mediterraneo; lo dimostrano sia le testimonianze degli scrittori antichi che le numerosissime ville romane costruite da Miseno fino al Capo di Sorrento.

Il Vesuvio è un vulcano alto 1281 metri con un cratere largo circa 600 metri e profondo m 330. Il vulcano, caratterizzato da manifestazioni di tipo esplosivo ed effusivo, inizia ogni nuovo ciclo di attività con un’eplosione. La colonna eruttiva che si produsse nel 79 d.C. fu alta fino a trenta chilometri e si diffuse ad una distanza di Km settanta. La massa dei prodotti eruttati fu di tre chilometri cubici. L’altezza ed il tipo di seppellimento delle città antiche variò a secondo della distanza dal cratere: i centri più lontani ricevettero materiali di caduta (o “per pioggia”), mentre i centri più vicini subirono i materiali di deflusso. Così Pompei, distante dal cratere circa dodici chilometri, fu sepolta sotto circa cinque metri di ceneri, pomici e lapilli, mentre Ercolano, distante sette chilometri, fu sepolta sotto venti metri di “tufo”. L’attività meglio documentata è quella di epoca storica, iniziata nel 79 d.C. e conclusasi nel 1944. Altre eruzioni ci sono state negli anni 203, 472, 512, 685, 787, 1139 etc.; mentre dal 1631 al 1944 si sono registrati almeno 19 eruzioni importanti, con una media di una ogni 16 anni.

Ciononostante questa regione fu densamente abitata fin dal paleolitico (da un milione  a diecimila anni fa). In età imperiale romana vivevano a Pompei almeno ventimila abitanti, ad Ercolano almeno diecimila e senza dubbio decine di volte maggiore deve essere stata la popolazione di Neapolis e di Puteoli. Oggi in questa area vivono oltre due milioni di persone.

Perché allora l’uomo fu attratto e continua ad essere attratto da una tale regione ? La risposta è molto semplice: le risorse naturali. Infatti un vulcano costituisce per molte generazioni una fonte inesauribile di ricchezza, offrendo terreni insolitamente fertili, grazie alla presenza di minerali, che consentono persino quattro raccolti l’anno; un’incredibile varietà di materiali da costruzione; abbondanza di corsi fluviali, molti persino termo-minerali, ed infine paesaggi bellissimi, che solo nelle aree vulcaniche appaiono tanto articolati e variopinti. Tutto ciò era espresso dai Romani con una denominazione molto semplice: “Campania Felix”.

In età augustea il geografo Strabone (circa 64 a.C. – 23 d.C.) così ci descrive la baia dal mare: “Tutto il golfo è trapunto da città, edifici, piantagioni così uniti fra loro, da assumere l’aspetto di un’unica metropoli  … Sovrasta questi luoghi il monte Vesuvio, ricoperto  di  bellissimi campi, tranne che in cima …”.

 

Un po’ di tempo fa…

 

Circa settecento anni prima di Cristo i Pompeiani fondarono la loro città su un’altura alle pendici del Vesuvio. Come piccolo centro, Pompei fu spesso costretta a cedere ai vari conquistatori. Così nel VI secolo a.C. subì l’alterna supremazia di Greci ed Etruschi interessati ad avere un predominio sulla città, per la sua posizione sul mare. Alla fine del V secolo a.C. fu sottomessa dai Sanniti, una popolazione italica originaria del Sannio, che aveva invaso la pianura campana. Nel corso del IV secolo a.C. la città venne completamente ricostruita ed ampliata, l’urbanistica fu regolarizzata e le mura raggiunsero il loro massimo sviluppo. La città si andò progressivamente ellenizzando, in quanto il patriziato sannitico era orientato verso la cultura e l’arte greca. Questa ellenizzazione trovò espressione in architettura sia in complessi pubblici sia nell’edilizia privata.

Agli inizi del I secolo a.C. gli alleati italici reclamarono da Roma la cittadinanza, provocando la “Guerra Sociale” (da “socii” = alleati). Anche Pompei vi partecipò. La conseguenza fu che nell’ 89 a.C. la città venne espugnata dalle truppe del generale Lucio Cornelio Silla, il quale vi trasferì nell’ 80 a.C. una colonia di veterani con le rispettive famiglie. La città venne rinominata “Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum”. Ebbe così inizio un rapido processo di romanizzazione. La città assunse la lingua, l’organizzazione politica, i culti e le usanze dei Romani. La “romanizzazione” trovò espressione anche nell’aspetto urbanistico: si costruirono l’anfiteatro, l’odeion, le terme e si risistemò il Tempio di Giove per il culto della Triade Capitolina. La borghesia pompeiana, attiva e mercantile, trasse profitto dal corso degli eventi, esportando i propri prodotti dappertutto.

Nel 62 d.C. il Vesuvio, che fino ad allora aveva dormito per quasi mille anni, si annunciò con un tremendo terremoto del nono grado della Scala Mercalli. Nerone fece arrivare gli aiuti ed il suo successore, Vespasiano, inviò il prefetto Tito Suedio Clemente per rifare il catasto ed avviare grandi progetti di ricostruzione. Già dappertutto fervevano i lavori ed i Pompeiani incominciavano a ritrovare la speranza nel  futuro, ma questa illusione sarebbe durata solo diciassette anni …

Il Vesuvio esplose intorno alle ore 13  del 24 Agosto del 79 d.C. In quattro giorni la città fu completa­mente sepolta sotto una coltre di cenere e di po­mici. Della catastrofe ci resta perfino una cronaca diretta, due lettere scritte da Plinio il Giovane allo storico Tacito, per riferirgli come fosse morto lo zio, il naturalista Plinio il Vecchio, che era accorso nella sua qualità di ammiraglio della flotta imperiale di stanza a Miseno.

… ora

Vista dall’alto la città si presenta come un abitato di forma ellittica che si estende su di un pianoro lavico di sessantasei ettari, posto a trenta metri sul livello del mare. Si distingue un centro antico intorno all’area del foro, attorno al quale si raccorda una più recente urbanizzazione con strade regolari intersecantesi ad angolo retto: quelle con andamento est-ovest erano dette decumani, mentre quelle più strette, con andamento nord-sud, erano dette cardines.

Pompei dista oggi circa un chilometro dal mare, eppure la città antica fu dotata di un porto, come ci testimoniano gli scrittori antichi, alcuni dipinti pompeiani ed il rinvenimento di attrezzi da marineria. Se l’antico porto di Pompei oggi non è più visibile è perché con l’eruzione del 79 d.C. la linea di costa avanzò lungo quasi tutto il golfo.

Pompei era cinta da una fortificazione lunga circa tre chilometri con dodici torri e sette porte. La prima fortificazione venne realizzata intorno alla metà del VI secolo a.C. L’ultimo intervento alle mura risale invece alla Guerra Sociale contro i Romani, con l’inserimento di robuste torri di guardia. La grande cura posta dai Pompeiani nelle opere di rinforzo non permise di resistere comunque all’assedio dei Romani nell’ 89 a.C., come dimostrano i segni dei proiettili lanciati dalle catapulte degli assedianti nel tratto tra Porta Vesuvio e Porta Ercolano.

Anche le strade di Pompei hanno tanto da raccontarci. Dal momento che la città fu costruita su di un pianoro, le strade durante le piogge abbondanti dovevano trasformarsi in vere e proprie fiumare, per cui erano affiancate da alti marciapiedi per evitare che i pedoni si bagnassero. L’attraversamento avveniva su “strisce pedonali” costituite da grossi blocchi di basalto, che consentivano contemporaneamente anche il comodo passaggio di due carri.

Nel I secolo d.C. Pompei era un’agiata cittadina di provincia con almeno ventimila abitanti, mentre Roma a quel tempo raggiungeva già il milione. Il Foro era il centro della vita religiosa, politica ed economica della città. La società pompeiana era composta da vecchie famiglie del patriziato sannitico, dai discendenti dei primi coloni sillani e da mercanti e liberti di provenienza campana, greca ed asiatica.

Il patriziato sannitico, orientato verso la cultura greca, produsse architetture come la Casa del Fauno ed opere come il Mosaico di Alessandro. Alla vecchia aristocrazia subentrò gradatamente la classe mercantile romana, il cui benessere appare espresso da complessi quali la Casa dei Vettii, la Casa degli Amorini Dorati e la Casa del Menandro. Quelli ancor più raffinati preferivano vivere nelle ville suburbane, come la Villa Imperiale, la Villa di Diomede e la Villa dei Misteri.

Molto peso nella composizione di questa società ebbero gli schiavi che costituivano il quaranta per cento della popolazione, quindi quasi la metà.

Una delle testimonianze più vive dell’antica popolazione restano i “graffiti”, disegni o sentenze scritte sui muri con l’ausilio di un punteruolo. Pare che ognuno abbia avuto qualcosa da raccontare: i bambini disegnavano le lotte fra i gladiatori e le battaglie navali, così come i nostri ragazzi dipingono calciatori ed aeroplani; i gladiatori nella palestra vantavano quanti maschi avevano già vinto nell’arena e quante donne nell’alcova; gli ubriaconi nelle taverne annotavano i soldi che si erano già “bevuti”; i magazzinieri segnavano i carichi e gli scarichi delle merci. C’era di tutto: chi gioiva e chi doveva lagnarsi. Poi arrivava il benpensante di turno che aggiungeva frasi come questa: “Ti ammiro parete per non essere ancora caduta sotto il peso di tante stupidaggini”. Il muro fu il grande confidente di quanti dormivano per strada, come quel vendi­tore ambulante che, solo e deluso della vita, volle raccontare ad una parete di Pompei le sue pene: “Hai fatto l’oste, il ceramista, salumiere e il panettiere; sei stato agricol­tore, poi hai fatto il trafficante; sei stato venditore ambulante ed ora fai il bot­tigliaio. Non ti resterà che dedicarti alla prostituzione ed avrai fatto tutti i mestie­ri”.

La fortuna di Pompei

Pompei è divenuta un capitolo fondamentale nella storia dell’Occidente, perché ci ricorda che la vita può essere splendida, ma anche molto caduca, soprattutto se vissuta alle pendici di un vulcano. Ciò spiega perché ogni anno vi siano circa due milioni di visitatori e che in alcuni giorni essi affollino Pompei con oltre 20.000 presenze, proprio come l’antica popolazione.

A questo fascino non sono rimasti insensibili molti protagonisti della nostra civiltà. Mozart si ricordò della visita al Tempio di Iside quando 21 anni dopo, nel 1791, compose “Il flauto magico”. Goethe, che si fece ritrarre da Tischbein durante la visita, espose poi nello studio di Weimar le riproduzioni delle opere scoperte a Pompei, fra cui quella del Mosaico di Alessandro. Gli architetti francesi del XVIII secolo venivano mandati a studiare a Pompei, e così quando il dibattito sulla ripianificazione di Parigi si allontanò dalle soluzioni trionfalistiche della monarchia, Ercolano con la sua urbanistica ortogonale fu portata ad esempio di una città in grado di soddisfare le esigenze di una società democratica e moderna. Il calco di un seno femminile ispirò a Théophile Gautier nel 1852 la più celebre delle novelle pompeiane, “Arria Marcella”. L’eruzione vesuviana e lo scavo della Casa del Poeta Tragico ispirarono nel 1834 a Bulwer-Lytton il romanzo “Gli ultimi giorni di Pompei”. Nietzsche scrisse nei suoi “Aforismi”: “Costruite le vostre case alle pendici del Vesuvio!”, per invitare i suoi connazionali a vivere in maniera meno programmatica. Picasso, in visita a Pompei nel 1917, si ispirò ai mosaici della Casa del Labirinto per la famosa serie dei “Minotauri”. Il magnate californiano Paul Getty, quando negli anni settanta costruì una sua ennesima villa, decise che dovesse riprodurre fedelmente un’antica dimora pompeiana e scelse la Villa dei Papiri ad Ercolano. Oggi la “villa pompeiana” di Malibù è la sede di uno dei più prestigiosi musei americani.

Da quando nel 1748 si iniziò a scavare Pompei gli incantevoli reperti tratti continuamente alla luce dal lapillo, non hanno mai cessato di stupire il mondo intero. Ciò che sembra maggiormente stupire i visitatori è  la perfe­zione e l’incanto delle pitture parietali e dei mosaici, come pure la spaziosità delle case, che appaiono come veri e propri palazzi. Il confronto, che sorge spontaneo, con l’angu­stia delle nostre abitazioni e con lo squallore dei nostri parati induce spesso nella tentazione di con­trapporre il mondo antico al nostro come un “mondo paradisiaco”.

Quasi tutti oggi conoscono Indiana Johns, ma pochi invece sanno che l’archeologia  intesa come scienza dello scavo è nata proprio a Pompei duecento anni fa.

Nei secoli successivi all’eruzione si perse il ricordo  della città. Fu il re Carlo di Borbone che nel ’700 diede inizio agli scavi sistematici affidandoli ai suoi ingegneri militari. In epoca borbonica si scavava al fine di recuperare oggetti belli da trasferire nella collezione reale, motivo per cui si arrivava a ritagliare i quadri dalle pareti dipinte per traferirli in museo, mentre il resto delle decorazioni deperiva alle intemperie. In questi duecento anni è però cambiato l’atteggiamento degli archeologi e le aspettative del mondo rispetto a Pompei. Oggi l’impegno congiunto dei restauratori, che sperimentano metodologie di recupero sempre più complesse, e quello dell’industria chimica, nell’individuazione di prodotti sempre più efficaci per il consolidamento, permettono di salvare oggetti degradati ritenuti fino a qualche decennio fa irrecuperabili. C’è comunque ancora tanto da fare affinché le case con le loro decorazioni non si distruggano sotto l’azione incessante del sole e della pioggia …

Anche la scienza archeologica si è andata arricchendo recentemente dei contributi delle scienze naturali, quali la geologia, la botanica, l’antropologia etc. Il tema Pompei è di tale suggestione che era prevedibile che divenisse anche un campo di sperimentazione di tutte le più moderne tecnologie.

La Villa dei Misteri

Quando a Pompei si parla di vino la mente corre alla Villa dei Misteri, l’edificio più famoso della città con un primo impianto risalente al II secolo a.C., successivamente soggetto a numerosi ampliamenti e rifacimenti. Il periodo di maggior splendore della villa andò dalla fondazione della colonia romana all’età augustea. Agli inizi del I secolo a.C. la si decorò nella moda del “secondo stile”. Allora si dipinse nel salone una megalografia, maestoso fregio con figure in grandezza quasi naturale.

L’edificio era posto su di un pendio e dalla sua terrazza si poteva godere la vista del Golfo di Napoli. La parte iniziale era adibita all’attività produttiva, con un cortile di sgombero dal quale si poteva accedere da un lato alle cucine e dall’altro alla grande cantina. Questa ultima era fornita di due presse, una delle quali venne ricostruita in legno intagliandovi una testa di capro, animale sacro a Dioniso, dio di quel vino che, pressato nei torchi e messo a fermentare negli orci in giardino, veniva successivamente “imbottigliato” nelle anfore.
La parte signorile fungeva da abitazione per la famiglia del proprietario. Nel salone, adiacente ad una stanza da letto, i proprietari fecero dipingere la famosa
megalografia raffigurante l’iniziazione di una fanciulla ai misteri del matrimonio secondo i precetti di Dioniso: i “misteri” che danno il nome alla villa. Istacidio dovette accumulare una grande fortuna con il suo vino, fatto che spiega l’esaltazione di Dioniso nelle decorazioni.

Il fregio mostra una matrona che sovrintende al corretto svolgimento della cerimonia. Il piccolo Dioniso, in compagnia di due sacerdotesse, canta un inno scritto su di un rotolo di papiro, mentre altre stanno preparando le offerte, quali un dolce di campagna, l’acqua sacra per le abluzioni ed un ramoscello di olivo per le aspersioni. Sileno suona la lira, mentre due satirelli lo accompagnano con il flauto di Pan. Aura scende dal cielo con il mantello gonfiato dal vento. In un angolo appaiono appartati il vecchio Papposileno e due satirelli: il giovane vede riflessa nell’acqua della coppa la maschera alle sue spalle, realizzando come apparirà da vecchio. Al centro Dioniso, ubriaco, si sdraia nel  grembo di Venere, la dea protettrice della città. Al loro lato le sacerdotesse si apprestano a scoprire un grande fallo di legno posto in una cesta di campagna. La giovane inizianda si rifugia nel grembo di una sacerdotessa, mentre viene fustigata da un dio alato; sopportando il dolore potrà dimostrare di essere diventata adulta e di poter essere data in sposa. Accanto le compagne danzano e battono i cembali nella speranza di distrarla e di alleviarle il dolore. Superata la prova, la fanciulla si prepara per la cerimonia nuziale; un’ancella le sta acconciando i capelli, mentre un erote inviatole come valletto da Venere le porge uno specchio.

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